venerdì 9 aprile 2010

"Vent'uno in testa" - Storia di una Roubaix

“Vingt-un en tete” – l’anziano mi guarda sorridendo dall’alto dell’argine ed io so di avere un aria interrogativa, forse spaesata – “Vingt-un en tete!” – insiste ed ora sono sicuro che ce l’ha proprio con me. Non mastico il Francese, specialmente a tradimento, ma capisco che ciò che ha detto ha a che fare con la testa. “En tete?” – provo a ripetere, a cercare di capire cosa quel vecchio voglia dirmi, anche se sospetto si stia riferendo alla mia di testa, che è terribilmente spettinata. Quando i miei capelli superano una certa misura, diciamo, critica, non li tiene più nessuno; specialmente dopo un viaggio di due giorni ed una notte su un cuscino Francese. “En tete, en tete, vingt-un” – è chiaro che ce l’ha con i miei capelli ed ancor più chiaro che questo mio insistere ha attirato l’attenzione degli altri che ora mi guardano con curiosità.
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lunedì 5 aprile 2010

Il Fiandre che non c'è mai stato

Quando vedi una corsa come quella di ieri, ti viene da inforcare la bicicletta e disfarti di fatica. Speravo nel corpo a corpo, ed i Campioni mi hanno accontentato. Boonen - Cancellara, sfida di spessore incredibile. Splendido Fiandre.
Quando ero ragazzino andavo in cerca di percorsi che potessero ricordare la Classica Fiamminga. Avevo studiato un giro di una quarantina di chilometri: era zeppo di salite brevi e ripide, con tante curve e ricco di viottoli asfaltati che tagliavano i campi. Strade che nessuno conosceva, utilizzate dai contadini e pochi altri, che si perdevano tra le coltivazioni di grano e di cicoria. Pedalavo su quelle stradine e sognavo di essere sul Molenberg oppure sul Berendries. Quando pioveva, il fango invadeva quei passaggi ed allora mi immedesimavo nei grandi campioni, inventandomi sfide con me stesso e vantaggi immaginari su avversari agguerriti. C'era un bivio, su un pianoro desolato, dove cambiava il vento; e lì si scatenava la battaglia. Il gruppo si divideva in più tronconi e chi rimaneva dietro era spacciato. Urla e gomitate, pur di prendere quella curva in testa. Da quel pianoro si vedono gli Appennini sulle sinistra, mentre sulla destra si stendono le colline coltivate a vigna. Nelle belle giornate, oltre le colline, si arriva a vedere le Alpi. Ma il mio Fiandre si correva nelle giornate grigie e ventose. Per entrare nella leggenda, bisognava soffrire. Quei lunghi rettilinei controvento assorbivano tutte le energie, così da spegnermi l'entusiasmo necessario per concludere la prova degnamente. A volte ammetto d'aver abbandonato la competizione prima dell'ultimo muro (il Grammont, ovviamente). La promessa d'una tavola imbandita era una motivazione più che sufficiente per tornare a casa, ed affrontare gli strappi che rimanevano. Tuttavia, quell'ultimo terribile muro, prevedeva una deviazione, così spesso rimaneva desolato in attesa della corsa che non sarebbe mai arrivata. Ripensando a quei giorni mi tornano in mente l'odore della pelle e dei campi bagnati. Erano i tempi di Edwig Van Hooydonk che staccava tutti sul Bosberg e poi piangeva come un bimbo al traguardo. Gli uomini erano duri, i tifosi cattivi e le strade impraticabili. Poi, chissà come, sono cresciuto, e non ho più corso quella gara. Di Fiandre, quelli veri, ne ho visti molti dal teleschermo ma nessuno mi aveva entusiasmato come quelli che mi ero solamente immaginato. Quelli dove non si deludevano i tifosi, ma ci si dava battaglia sino in fondo, senza concedere nulla agli avversari. Così, quei due la davanti, ieri, mi hanno messo i brividi. Quella loro cattiveria, quella sfida cruda e reale: i gesti, lo sguardo che evitava l'avversario, il taglio della curva di Boonen. Tutte piccole magie che sono diventate, ieri, patrimonio di tutti. Rendendo reale il racconto di un Fiandre che non c'è mai stato.

sabato 3 aprile 2010

Fiandre: così si entra nella storia.

Domani si correrà il Giro delle Fiandre. Strade strette come viottoli, curve a gomito, salite perfide talmente ripide che le chiamaro "muri", tifo duro dei locali e tempo cattivo. La magia della "Ronde" sta tutta lì. Culla della passione più viscerale per il ciclismo vero. Quello delle stradine e della fatica nera. Nera come i volti degli atleti disfatti dalla pioggia e dal vento. Paese duro, le Fiandre, che non è Belgio e neppure Francia. Lingua e radici diverse. Case con tetti a spiovente e finestroni che danno su giardini senza recinto. Corsa dura per tutti ma specialmente per gli stranieri. I corridori Fiamminghi darebbero un dito pur di vincerla; impossibile riuscire a stare davanti se non si possiede determinazione da vendere. E stare davanti è fondamentale. I tifosi sono belve, ma rispettano tutti i corridori, e sanno riconoscere i grandi campioni. E' una corsa per gente che esce alla distanza. Difficilissimo che una fuga da lontano possa reggere: normalmente si spegne mano a mano che i "muri" passano sotto le ruote. Negli ultimi anni certe squadre hanno saputo "domare" la corsa piegandola alla loro tattica soporifera. E' il caso della Mapei, della Domo ed, oggigiorno, della Quick Step. Ancora una volta rabbrividisco di fronte a queste alchimie. Il percorso quest'anno ha subito alcune variazioni rilevanti, nel lodevole tentativo di limitare una condotta troppo tattica. Insomma, questa gara chiede il sacrificio dei suoi protagonisti. Solo così si entra nella storia.

giovedì 1 aprile 2010

"Ventuno in testa" - Storia di una Roubaix

“Vingt-un en tete” – l’anziano mi guarda sorridendo dall’alto dell’argine, ed io so di avere un aria interrogativa, forse spaesata – “Vingt-un en tete!” – insiste, ed ora sono sicuro che ce l’ha proprio con me. Non mastico il Francese, specialmente a tradimento, ma capisco che ciò che dice ha a che fare con la testa. “En tete?” – provo a ripetere, pert cercare di capire cosa quel vecchio voglia dirmi, anche se sospetto si stia riferendo alla mia di testa, che è terribilmente spettinata. Quando i miei capelli superano una certa misura, diciamo, critica, non li tiene più nessuno; specialmente dopo un viaggio di due giorni, ed una notte su un cuscino Francese. “En tete, en tete, vingt-un” – è chiaro che ce l’ha con i miei capelli, ed ancor più chiaro che questo mio insistere ha attirato l’attenzione degli altri che ora mi guardano con curiosità.
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