giovedì 28 settembre 2017

Bergen 2017 - Una città Mondiale


A Bergen è sera e c'è una pioggia sottile. Il mercato del pesce al porto è ancora vivo, crostacei nei piatti e in vetrina, il profumo delicato del mare rimane intatto fino a notte fonda. Si mischia alla vita notturna che scorre, insieme alla birra, sul lato opposto della strada. Quella strada battuta per una settimana intera dalle ruote veloci dei campioni e da quelle un po' più lente di chi è qui per fare esperienza, per dire "c'ero anch'io, ci ho provato". Ragazzi e ragazze di Paesi lontani, dove la bici è un mezzo per viaggiare e scappare, molto prima che per salirci su un podio. Ma Bergen, che è lontana un po' da tutto, non lo è dai sogni dei tanti pionieri che nel tempo sono saliti fin quassù, in questo nord piovoso e mite, a cercare fortuna e un domani. Al porto risuonano parole in lombardo, occhi da orientale, acconciature iberiche e vivacità sudamericana. Il profilo di legno a punta delle casette nordiche offre ospitalità a un'anima multietnica, in questa città che va soprattutto vissuta e non solo fotografata.
Una città Mondiale.

La cordialità e la precisione con cui gli addetti al percorso gestiscono il pubblico, affamato di salmone e volate, sono rassicuranti e invogliano a muoversi lungo le curve mosse della zona del porto. Sono gli ultimi 5 km, in sù e in giù, col pavé e col grande veliero, con un supermercato provvidenziale per le musette dei tifosi e la grande Chiesa, la Mariakirken, osservatrice discreta e attenta. Croci in alto e croci sulle transenne, quelle delle bandiere norvegesi. Tante, tantissime, souvenir da incastrare in valigia ma anche orgoglio sano di un popolo abituato allo sport. Un metro più in là, quelle di Svezia e Finalndia. Stesse croci, stesso blu, ma sfondi diversi per mantenere la giusta distanza di amici-rivali.



Salmon Hill è distante, respiro come la sensazione che lì ci sia un'altra corsa. D'altronde, nel ciclismo gli arrivi sono tribune, le salite sono curve. Col loro entusiasmo al limite fra tifo e arte, stravaganza da palcoscenico e affetto più per chi corre che per chi vince. Distante sì, ma, come tante cose in Norvegia, a portata di mano. C'è il Light Rail, o forse 'la' Light Rail, un tram perfetto per muoversi dall'una all'altra parte del percorso. Zeppo di tifosi pendolari, carichi di tanti panini e di poche birre. Salire e scendere da Salmon Hill è facile e divertente, per questo è probabile che non riuscirà a fare una grande differenza nelle gare del weekend. Sull'asfalto dominano le scritte per Eddy The Boss, Edvald Boasson Hagen, che in realtà è un ragazzo timido e discreto. Farebbe felici tanti Norvegesi se lo vedessero salire sul podio. Alexander Kristoff segue a ruota nell'affetto dei tifosi. Si difende con onore anche l'idolo di casa Odd Christian Eiking, nato proprio ai piedi di Monte Fløyen, giusto qualche fiordo più in là. Unica e forte, nel caos festoso della collina, si distingue la dedica a chi qui avrebbe potuto esserci a correre e scherzare, come amava fare, se una mattina di aprile non avesse incrociato il destino a una manciata di pedalate da casa.



Ma il tempo scorre rapido e le domande sono troppe. Perché tanta gente conosce le mie zone della Tuscia? E poi perché così tanti tifosi con la maglia del Liverpool? Magari un giorno tornerò qui e lo capirò meglio. Ora c'è da pensare alla corsa che arriva fulminea, col cambio ruote e la fuga e il gruppo e ancora il cambio ruote e la fuga ancora. E così via, e così sia. Gli Uomini Elite girano velocissimi, con Donne, Under e Junior, invece, c'è anche il tempo per un caffè rivitalizzante in uno dei chioschi del centro. Un'occhiata rapida agli schermi nei pub per intuire la situazione in corsa e poi via verso un nuovo punto del percorso, a scoprire scorci interessanti e a ringraziare, disteso su un prato, quel sole inaspettato e generoso di un autunno appena salpato. L'ultimo chilometro è una spianata da tecnica libera. L'ultima curva, in discesa, è un angolo retto da SuperG, perfetta per chiedersi col cuore in gola, fino all'ultimo istante, da lì chi spunterà. E spuntano maglie azzurre e arancioni, transalpine e rossoscudate. In solitaria o col gruppo come sfondo. E alla fine, quando il sole cala, spunta anche quella più attesa di tutte. La rossoblu. Rosso e blu come le porte gloriose di Lillehammer, lanciata a testa bassa nello schuss finale, sospinta da una folla esaltata. Ma, evidentemente, storia e natura cambiano lente e per i Norvegesi il podio ha il sapore dell'oro solo quando le discese partono da più in alto.

E Bergen dall'alto appare come un tassello di un puzzle, con le sue propaggini arrotondate in cerca del loro complemento. Anni di storia e di accoglienza per chi approda, di condivisione e di sacrificio. La ricerca degli altri tasselli è continua e impegnativa, ma anche gioviale e sorridente. Non serve avere fretta o azzardare. O forse, più semplicemente, il suo complemento è proprio il mare, quel mare che con naturalezza si appoggia alle coste ed è un mezzo, non un fine. Quel mare che porta il vento fresco per la colazione del mattino e culla le luci calde per la musica della sera. Quel mare che ospita di tanto in tanto regate storiche e quella leggendaria, maestosa, proverbiale e invidiata Corrente del Golfo.
Un mare Mondiale.
Bergen, you've got a friend.



1 commento:

Ika Oka ha detto...

belle foto molto interessante l'articolo