domenica 19 gennaio 2020

Adam Yates

Adam Yates - Ricordo della Tirreno Adriatico 2019

Lo scorso anno la Tirreno Adriatico fu il primo boccone ghiotto di Roglic, il protagonista della stagione. A farne le spese fu Adam Yates, gemello di Simon (quello della cotta sul Finestre) che, di fatto, perse la corsa a Recanati, quando non seppe guadagnare abbastanza tempo sullo Sloveno, che ebbe un momento difficile sul tremendo muro finale. Da ricordarsi comunque che Yates poteva vantare 7 secondi “atipici”, grazie al vantaggio conseguito nella crono a squadre del primo giorno. Proprio la prova a squadre è stata quest’anno eliminata dalla corsa dei due mari. Chissà che Yates non voglia venire a riprendersi il simbolo del primato. 

lunedì 18 novembre 2019

Tadej Pogacar

Tadej Pogacar - Ricordo delle Strade Bianche 2019

C’è una storia di tanto tempo fa che non ho mai avuto il coraggio di raccontare. Seguivo il Tour del 1996, le tappe Alpine, fredde come non mai. Allora fare foto non era proprio uno scherzo, i rullini costavano dei bei soldi, così come le stampe; io ero studente e quindi sempre al verde. A mala pena riuscivo a pagarmi la trasferta con la paghetta dei genitori. Tenda come hotel, se andava bene, ma a quel Tour dormivamo in auto, perché era freddo e pioveva sempre.

Così si risparmiava sulle foto, scattando soltanto quelle buone ai corridori che stavano davanti. Rullino da trentasei per tre giorni di gara, fate voi i conti. Quel Tour era mitologico, era il primo Tour in cui Indurain andò in crisi, e noi (io e mio cugino) avevamo immortalato quella crisi sui tornanti di Les Arcs. C’era però un corridore che avevo evitato di fotografare, perché non lo conoscevo, un giovane che stava andando forte in classifica, ma che era Tedesco e pertanto non consideravo (mi dite voi quali super campioni aveva mai espresso la Germania?).

Avete probabilmente già capito che io quel Tour ignorai beatamente Ullrich, secondo alla fine nella generale, e primo l’anno successivo. Così mi ripromisi di non dare mai più nulla per scontato, e di seguire da subito con attenzione i giovani che fanno risultati, perché il buon giorno si vede sempre dal mattino.

Eccoci così arrivati alla foto di Tadej Pogocar che se ancora non sapete chi è, vi consiglio di non perdervi. Qui era alle Strade Bianche, fresco vincitore dell’Algarve, gli avevo già messo l’obbiettivo addosso. Alla fine lo abbiamo rivisto sul podio della Vuelta. Occhi aperti..

giovedì 14 novembre 2019

L'istante

Egan Bernal, Il Lombardia 2019
Fotografare alle corse comporta sempre una discreta dose di fortuna. E' evidente l'impossibilità di riuscire ad essere presenti in tutti i momenti più avvincenti e significativi della corsa, anche se nei giorni precedenti e fino poco prima della partenza, è frenetico lo studio di tutta una serie di strategie, manovre e piani d'azione per riuscire ad identificare in quale punto del percorso sarà più conveniente fermarsi per scattare "la foto". Normalmente tutti questi piani risultano inutilizzabili già pochi secondi dopo la partenza. A volte anche prima, se non ti parte la macchina (mi è accaduto più di una volta). Avere piani di riserva non serve perché lo sviluppo reale degli eventi rende inutilizzabili anche quelli. La morale è che alle corse si è (quasi) completamente in balia degli eventi. L'unica cosa veramente utile è il mantra che Clint Eastwood recitava ai suoi Marines nel film Gunny: "improvvisare, adattarsi, raggiungere lo scopo". Io il film non l'ho visto, me lo ha raccontato il mio amico Frank (bravissimo fotografo peraltro) e da allora non l'ho più dimenticato. Al Lombardia quest'anno le cose sono andate ragionevolmente bene. Innanzitutto la macchina è partita e quindi ho almeno potuto seguire la corsa, anzi anticiparla sul Muro di Sormano, mio luogo preferito. A fine corsa, a Como, ho poi incontrato i mie amici: Eloise, del dinamico duo - insieme a Francesco  -dei Tornanti.cc e Vittorio, amico e ciclista di vecchia data. Mentre si scherzava per stemperare la tensione della lunga giornata ecco l'inaspettato: Egan Bernal, arrivato secondo nella gara, ci passa a fianco, a pochi centimetri. E' questione di un istante alzare la macchina fotografica, mettere a fuoco e scattare, sperando di non aver sbagliato nulla. Un istante... e un po' di fortuna.

martedì 5 novembre 2019

Compagni di viaggio

Angelo e Alessandro alla Milano-Sanremo del 2016

Il conto alla rovescia. Scandito dallo speaker, accompagnato dal pubblico. Da 10 in giù. Le ultime chiacchiere, coi gomiti ancora appoggiati ai manubri. Le mantelline chiuse, le banane in tasca, le asticelle degli occhiali infilate nelle fessure del casco. Quando possibile. Gli orli gommati delle maniche corte sistemati, destra e sinistra, tra bicipiti e tricipiti sempre molto sottili. Via. Fischietto, bandiera sventolata, autorità e miss, applausi, stories sugli smartphone e per fortuna ancora qualche occhio lucido e qualche bocca spalancata, per tutta quella baraonda in città.

Le corse partono, se ne vanno. Lasciano luoghi, ne conquistano altri. Un paese attraversato da una corsa di ciclismo non sarà mai più lo stesso di prima. Ci sarà sempre qualcuno che ricorderà l'insolito. Magari qualcuno che conserverà un cimelio, una borraccia, un cappellino, una musette. Una foto di Bartali ritrovata nell'album di famiglia, chissà poi come sia finita lì.

Io ho visto tante corse partire. E ho avuto il grande privilegio di viverne due, in particolare, in un modo speciale. Alessandro vive nelle Marche, ma è ligure e ha il mare dentro, soprattutto quando lo vede dall'alto di una sgambata in collina. Angelo è un milanese british, cultore dei pedali e dei corridori di classe e di fatica. Insieme, una coppia di corsaioli unica, per passione, rigore, esperienza e amicizia. In sintonia, come le iniziali dei loro nomi.

Con Alessandro, solo con lui, ho rincorso la Milano-Sanremo del 2017, marzo. Con Angelo, solo con lui, ho rincorso il Giro di Lombardia del 2019, ottobre. Le 'loro' corse. Le corse dei loro luoghi d'infanzia, quando l'adolescenza osservava curiosa e la maturità premeva con discrezione. Le corse dei ricordi e del presente, uno scambio continuo di storie sedimentate e di scorci rinnovati. A volte dolorosi, ma sempre consapevoli. Quel sottopasso remoto verso l'Aurelia, la sagra delle castagne sulle sponde del lago del Segrino, poi le scorciatoie e i parcheggi, le chiese e gli alimentari, le rotonde percorse in bici e gli amici incontrati a bordostrada. Un sorriso, un saluto, e si va. Mi sono quasi sentito 'di troppo', io che invadevo il loro spazio privato. Ma è stata una sensazione passeggera, ampiamente messa da parte dalla loro voglia di condividere e lasciar fluire le loro emozioni, seppur frenate dall'attenzione alla guida. Dettagli visivi, aneddoti personali, nomi di bar in piazze anonime, signore ai balconi e signori coi giornali. Quella volta che pioveva forte, quell'altra della storia dei panini (alle corse c'è sempre una storia che parla di panini), quella foto che per modestia non sarà mai niente di che, ma che io so bene essere unica, per come nasce e cresce.

Pennellate di viaggi, tra passioni e affetti che si mischiano vorticosamente, come ruote che girano e non si fermano mai. Perché poi arriva il ciclismo a mettere tutto e tutti insieme. E arriva sempre. Per magia, senza una vera spiegazione razionale. Perché lo sport è così. Sintetico, efficace, tremendo, a volte cinico. Ma sempre pienamente puntuale.

mercoledì 23 ottobre 2019

Mads Pedersen

Mads Pedersen - Ricordo della Tirreno Adriatico 2019

La foto ritrae il neo campione del Mondo, Mads Pedersen, nella tappa di Recanati dell’ultima Tirreno Adriatico, dove fu quinto di giornata, a capo di una fuga partita da molto lontano, su un percorso molto esigente.

Un giorno sapremo se Mads Pedersen davvero sarebbe stato degno di indossare la maglia che indosserà. E’ questo il piccolo dramma sportivo che si consuma sulle spalle di un ragazzo Danese di 23 anni, che ha vinto a sorpresa il campionato del mondo. Nessuno gli perdonerà facilmente di aver vinto una corsa così importante, nessuno gli farà sconti. Ne ricordo solo un altro, così giovane e così sconosciuto. Era il 1999, ero a Verona sulle Torricelle. Scese un silenzio di tomba, laddove poco prima il pubblico rumoreggiava e si agitava pronosticando chi Ullrich, chi Camenzind, chi Casagrande. Perché Oscar Freire Gomez sembrava proprio uno scherzo. Di cattivo gusto. Un mondiale rovinato, qualcuno disse nel viaggio di rientro, e chi replicava lo faceva solo per partito preso, senza convinzione. Il mondiale di Freire del 1999 fu un brutto scherzo a capo di una corsa entusiasmante, estremamente selettiva e contesa. Il mondiale di Mads è stato altrettanto selettivo e conteso. Poco importa che lui sia un vero duro, che sappia stare in fuga da lontano, o che emerga proprio in quelle corse "ad eliminazione", allorquando tutti gli altri cominciano a mollare; per adesso usurpa, senza diritto, un titolo che non doveva essere suo. Tutti lo pensano e nessuno lo scrive, così lo facciamo noi, augurando a Mads di uscirne come capitò ad Oscar. Alla grande.

mercoledì 16 ottobre 2019

Il Lombardia 2019 - Il giorno di Bau e Lau

Laurens ten Dam, a Como, dopo l'ultimo traguardo della sua carriera

Sali su una bici, da piccolo, per gioco. Per sentirti libero, grande, per sorridere. Pedali, impari, ti rassicuri. Poi cadi, piangi, ti rialzi. E riparti. Cominci a scoprire il mondo intorno, ad aggiungere pezzetti di strada alla tua storia. Vai veloce, sempre di più. Freni, sempre di meno. Divori paure e acchiappi speranze. Reagisci, ti abbatti, ti domandi se, ti domandi perché. Incontri amici. Diventi uomo. Tramonti. È il corso delle cose, la vita va così.

Bau è Bauke. Bauke Mollema. Lau, invece, è Laurens. Laurens ten Dam. Vengono dall'Olanda, dai Paesi Bassi, per migliore precisione toponomastica. E in patria li hanno chiamati anche così, Bau & Lau. Potevano essere due dei tanti, in un Paese in cui - bisogna giusto dare il tempo alla scienza di raffinare i microscopi - il DNA della gente non ha la forma di un'elica, ma quella di una catena da bici. Invece hanno scelto di diventare ciclisti veri, professionisti. Un sogno, una soddisfazione, un traguardo. Da un lato. Dall'altro sacrificio, rinunce, fatica. Una partenza. Distanze da colmare, con gli affetti e con i luoghi, con se stessi prima di tutto. E poi con gli altri, che in corsa spesso scappano via.

Bau e Lau, prima di essere ciclisti professionisti, prima di essere colleghi, sono amici. Hanno condiviso per 7 stagioni la stessa divisa. Per 2 volte anche la stessa maglia oranje della Nazionale, ai Campionati del Mondo. Per 7 stagioni gli stessi alberghi, a volte probabilmente la stessa stanza. Per 7 stagioni sono saliti sullo stesso bus, in corsa si sono portati borracce a vicenda, si sono protetti e incoraggiati l'un l'altro. Bau, forse, mostrava un talento più promettente. Lau, invece, aveva più l'attitudine dell'uomo squadra, del gregario a tutto tondo, in sella e fuori. Poi si sono separati, squadre diverse. È il corso delle cose, la vita va così. Ma, senza alcun dubbio, in gruppo si sono sempre cercati e, fin dove possibile, supportati.

Sabato c'è stata la edizione numero 113 del Giro di Lombardia, che ora si chiama Il Lombardia, anche qui per migliore precisione linguistica. Dopo il traguardo - sulla sinistra quell'altro ramo del Lago di Como - la strada proseguiva rettilinea per un centinaio di metri. Fino ad una rotonda, in prossimità della stazione Como Nord Lago. Una stazione dei treni. Le transenne progressivamente si diradavano, per lasciare spazio al pubblico, ai turisti in preda ai selfie e ignari del ciclismo, ai mezzi di corsa che si disponevano sulla destra, in parcheggio ordinato, lungo le ombre del tramonto. Per lasciare spazio ai ragazzi che, cuffiette indosso, vagavano immersi nel loro mondo di hit di periferia. A mamme e papà a spasso con i propri bambini, in un caldo pomeriggio primo autunnale. Il ritorno di una città alla sua vita quotidiana, quel momento fuggente che impreziosisce ancora di più una giornata di ciclismo.

Con sufficiente ritardo, a ritmo lento e rilassato, ormai senza più pedalare, in maglia arancione (proprio come quella della sua Olanda), guardandosi intorno, consapevolmente e felicemente spaesato. Su quel rettilineo arrivava Laurens ten Dam. All'ultima corsa ufficiale della sua carriera. Da domani, in bici solo per divertimento. Per giocare con i suoi due figli, Jens e Bodi. In quei cento metri, atipici, strani, rari, un intero film al rallentatore davanti ai suoi occhi azzurri e brillanti. Altri centro metri, ma stavolta più indietro, alle sue spalle, accompagnato da una musica festosa in sottofondo, il podio del Giro di Lombardia 2019. Sul gradino più alto, vincitore della "Classica delle Foglie Morte", Bau. Bauke Mollema. Alla vittoria più importante della sua carriera.

La cena della sera (foto qui), fra amici veri, era sicuramente già programmata. Mancava la ciliegina sulla torta. Bau e Lau ce l'hanno messa insieme, lungo strade tortuose ed epiche. Così distanti dalla loro Olanda piatta, così vicine alle loro storie intrecciate.


Bauke Mollema, a Como, sul podio più importante della sua carriera

giovedì 6 giugno 2019

Giro d'Italia 2019 - Jan Polanc

Jan Polanc - Ricordo del Giro d'Italia 2019
Qualcuno già li conosce, qualcun altro forse no. Senza di loro il Giro d'Italia sarebbe stato meno ricco. Sono i volti di chi ce l'ha messa tutta ma non è comunque riuscito a passare sulle copertine delle riviste specializzate. Li pubblichiamo volentieri qui, nel nostro piccolo spazio.

Jan Polanc non è certo uno sconosciuto perché al Giro aveva già vinto due belle tappe. Quest'anno per lui due giorni in maglia rosa in tappe alpine, niente male. Trovo giusto che la maglia rosa vada a premiare anche corridori "meno nobili" durante il lungo viaggio, anzi, personalmente sono quelli che preferisco perché pur di conservarla ce la mettono davvero tutta. Non avrei scommesso un soldo sul fatto che Jan mantenesse la leadership a Ceresole ed invece lui ce l'ha fatta, indossando la maglia rosa anche il giorno dopo.