Il 1896 deve essere stato uno di quegli anni in cui è valso la pena vivere. O forse, chissà, tutto era ancora embrionale, prematuro. I nostri simili (almeno tassonomicamente) di quasi due secoli fa non si rendevano conto della grandezza di quello che stava accadendo, delle storie che nascevano attorno alle loro vicende più o meno private, più o meno marginali.
Depuis 1896. Recita così lo slogan di accompagnamento al nome più autorevole che ci possa essere per una corsa di ciclismo: Paris-Roubaix, con grafia rigorosamente francofona, erre arrotate e pronuncia che evoca fascino ed eleganza con naturalezza e senza soluzione di continuità. Nello stesso 1896, anno d'oro, d'argento e di bronzo, rinascevano i Giochi Olimpici, per sogno, volere e impegno del barone Pierre de Coubertin, altre erre arrotate in abbondanza. Sbocciavano giornali e, poco prima o poco dopo, polisportive, squadre di calcio, di rugby, di cricket. L'Europa era in continuo fermento culturale, tecnologico, artistico. Si alternavano le Esposizioni Universali e lo sport costruiva quelle solide fondamenta che lo porteranno a essere uno dei grandi protagonisti del Novecento. Bienvenue à La Belle Époque.
E lungo le strade della Paris-Roubaix questi due secoli scarsi paiono non essere passati per niente. O meglio, passati lo sono ed è innegabile ammetterlo guardandosi attorno con un po' di attenzione. È arrivato un mondo a colori. Ma da quelle parti è come se qualcosa, dentro questo tempo impazzito, si sia bloccato e abbia scelto di non crescere, di rimanere fedele alle sue origini. Lo capisci presto. Ti bastano pochi passi su quelle pietre così contraddittorie: allo stesso tempo crude e romantiche, dolorose e protettive. Diventa subito un rapporto viscerale, senza scuse, senza mezzi termini. Via le maschere, via i mantelli. Anche i piedi fanno fatica a rimanere in equilibrio, le caviglie soffrono, gli occhi rimangono spesso in silenzio, fissi davanti ai propri passi claudicanti. Strade, stradine, di campagna, disperse nel nulla o quasi. Dove la vista si perde verso campi brulli, tralicci, polvere e silenzi. Praticamente deserte durante tutto l'anno, accompagnate soltanto dalle grandi ruote dei trattori che arano, seminano, raccolgono. Le piccole ruote delle biciclette appaiono soltanto per un giorno d'aprile. E che giorno! Non è uno scherzo. È festa nazionale, un 14 luglio fuori stagione e decisamente meno istituzionale.
Ogni settore di pavè, nei 250 e rotti chilometri che uniscono il castello di Compiègne al velodromo di Roubaix, racconta la sua storia personale. Che soltanto in apparenza assomiglia a tutte le altre. A uno sguardo frettoloso e superficiale tutto può apparire simile, sovrapponibile, perfino confondibile. Ma soltanto camminando su quelle pietre, assaporando il vento che le spazza, inebriandosi degli odori che le circondano si può davvero capire questa corsa. Entrarci in contatto profondo, lasciarsi cullare dalla storia del passato e farsi trasportare nei dubbi del presente. Anche linguisticamente tutto cambia. Parlavi con approssimazione di pavè, ti ritrovi a parlare con cognizione di sassi. Non può essere altrimenti. Soprattutto quando il caos della corsa è ancora lontano ed è soltanto il tramonto ad avvicinarsi lento, educato e morbido. A stendersi su quei sassi (che sono milioni, qualcuno li ha pure contati), quasi a proteggerli, con un velo sottile che addolcisca il buio freddo della notte.
Allora ecco Briastre, con la sua salita dritta in balia del vento e le balle di fieno incartate, a due passi da uno dei tanti piccoli cimiteri di guerra che tracciano la memoria di queste terre diradate. E poi Solesmes, direzione Haussy, un tratto a due stelle, dove i ragazzi giovani della Bora provano il percorso che li porterà addirittura a trionfare il giorno dopo. Fino a Quérénaing, direzione Maing, forse il settore più bello per scorci e paesaggio, con i campi di colza gialla che fanno da cornice naturale in lontananza, una ampia semicurva che vira a destra, proprio quella dove durante la corsa si formerà l'ingorgo per il discusso cambio bici di Pogacar. Ma noi non potevamo ancora saperlo. Continuando a esplorare, cacciatori senza armi, arriviamo alla regina del pavè: la Foresta di Arenberg. In francese la chiamano Trouée, che sta per squarcio. Quello che in effetti sembra, osservandola fin dal suo ingresso. Un fendente chirurgico e impietoso tra le fronde, uno strazio di spigoli e spuntoni, scalini e buche. Dove le bici strillano e pregano, semmai qualcuno le ascolti. C'è la storia che si respira a pieni polmoni, così come quella che, in silenzio, in disparte, trasuda dalla miniera di Wallers, che ospita, sotto gli occhi di ragazzi in gamba, un evento di visual mapping e una distesa infinita di camper bianchi, già pronti alla battaglia. L'uscita da Arenberg è un po' come una riappacificazione col mondo e ci commuove per la sua unicità. Non c'è tregua in questa corsa senza alcuna logica e allora, il tempo di due passaggi a livello con annessi treni, ed ecco Pont Gibus, che prende il nome da Duclos-Lassalle (che di nome fa Gilbert, in un intreccio anagrafico di vincitori). Scritta nera su mattoni bianchi e la solita solitudine che si taglia con gli occhi.
In questo pomeriggio freddo e pungente, arriva il pavè di Orchies, quasi nascosto dalla superstrada che lì a fianco corre veloce e ignara. Lo introduce la dedica a Sean Kelly e una parete su cui c'è traccia di una sbiadita immagine pubblicitaria. Sembra di stare nel non luogo perfetto, in questa periferia emblematica, in cui il ciclismo ha la faccia di un ospite inatteso. Pochi attimi, una rapida Bersée ed ecco altre 5 stelle vestite di nero: sono quelle di Mons-en-Pévèle, una serie di enormi tralicci dell'elettricità e la stele che ricorda il fu presidente (François Doulcier) degli Amis de Paris-Roubaix, gli impagabili volontari che si prendono cura di queste pietre durante l'anno e fanno di tutto per farle splendere quando hanno gli occhi di tutto il mondo puntati addosso. Non c'è un attimo di respiro, uno strappetto in asfalto ci porta via e in pochi minuti arrivano le pietre che da Pont-Thibaut conducono a Ennevelin. Rese famose, un anno fa, dalla curva che stese Pogacar e le sue ambizioni di successo. Altri camper sono già appostati, la musica suona sregolata. Sembra quasi che, tratto dopo tratto, si comincino già a sentire le bici che tremano. Così come i nostri piedi, che non trovano pace. Ecco Cysoing e la sua piazza, l'Apèro, la boulangerie, l'ottico, quante storie! Quante storie! Bourghelles è dietro l'angolo col suo Pavè du Calvaire, nome che andrebbe bene ovunque. Poche curve sinuose, un camper fiammingo e la curva secca che ci presenta Camphin-en-Pévèle, settore Eddy Merckx. Lo vediamo a notte fonda, storditi dal silenzio, lo rivedremo di giorno, trascinati dal caos.
Questa corsa la chiamano "l'Inferno del Nord". Ma se c'è una porta per il Paradiso, noi ce la immaginiamo come quella che ci fa entrare al Carrefour de l'Arbre. Quasi al tramonto, nell'ennesima solitudine di queste strade che ti strappano l'anima. C'è un momento esatto in cui ognuno di noi capisce di stare nel posto giusto, nel momento giusto. Quando chiudi gli occhi, immagini una gioia che ti fa tornare bambino. Li riapri e quella gioia la vedi di fronte a te. Ha la forma di una curva piena di pietre sconnesse, col sapore della polvere che si scioglie nell'aria. Ti chiamano dalla finestra per tornare a casa ché è pronta la cena, ma tu continui a pedalare perché sai ancora che cos'è la libertà. Quelle pietre le avremmo volute abbracciare tutte, ce ne fosse una uguale all'altra! In quel momento erano tutte nostre e ce ne rendevamo conto. Queste strade le chiamano spesso chemins, che può anche valere "cammini". Cammini interiori che mille racconti non riescono a narrare. Cammini necessari e benedetti, qualunque sia la forma del proprio mondo. Gruson, e infine Roubaix, sono stati soltanto un brusco schiaffo per scoppiare la bolla dei sogni e tornare alla noia del mondo reale. Ché quasi ci dimenticavamo di cenare.
Pausa. Respiro. Un altro respiro.
Prima di tutti, però, prima di tutto, Troisvilles. Una manciata di abitanti, meno di mille, e oltre 150 chilometri dal traguardo. A Troisvilles c'è il primo settore, il numero 30, di questa Paris-Roubaix. Ci siamo passati che lo stavano ancora allestendo. In un viaggio a ritroso, nello spazio e nel tempo, che volevamo ci portasse nel luogo dove tutto, paradossalmente, trova senso. Lontano dai riflettori, lontano dai podi e dalle cerimonie. Dal caos e dalla frenesia delle dirette e dei like. A Troisvilles, a pochi passi dalla chiesa del paese, lungo una dolce discesa in asfalto, sul lato destro della strada, mattoni rossi e cartelli stradali inequivocabili, appare e si distingue Chez Françoise. La e finale, in francese, è quella della signora Françoise, proprietaria, tuttofare, di questo piccolo cafè che quasi scappa alla vista di passanti e visitatori che non hanno lo sport nelle vene. Un caffè, due chiacchiere tra gli avventori a un tavolo scaldato dal sole che filtra dalla finestra e quattro minute pareti ricoperte di foto, di cimeli, di storia. Tutto parla di ciclismo, tutto parla di Paris-Roubaix, come anche la sua famosa omelette perfetta per un petit-déjeuner. Il nostro francese tremendamente povero ci impedisce di scoprire di più, di scavare ancora meglio nel legno di quelle pareti e negli occhi riservati di Françoise. Qualcosa capiamo, qualcosa immaginiamo, qualcosa sogniamo. E tutto, davvero, ha il sapore necessario della pace.
PA(ris-roubai)X
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Grazie ad Angelo, con cui ho condiviso queste giornate di pazzia sportiva e non.
Le corse? Ah, sì, le corse. Le abbiamo viste, tutte. E abbiamo un sacco di altre storie da raccontare.
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| Chez Françoise parla di ciclismo in ogni suo angolo |
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| La colza incornicia il settore di Quérénaing |
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| La miniera di Wallers |
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| La stele in ricordo di François Doulcier a Mons-en-Pévèle |
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| Il silenzio avvolge la curva del Carrefour de l'Arbre |
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| La porta del Paradiso, l'ingresso al Carrefour de l'Arbre |
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| Angelo nella Foresta di Arenberg |








2 commenti:
Grande Francesco. Poesia
Un altro viaggio di parole: silenzi, polvere e pietre che descrivi e senti fortemente. Bella scrittura, esperienza da non dimenticare
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