giovedì 23 aprile 2026

Paris-Roubaix 2026 | Il sapore della pace sui sassi



Il 1896 deve essere stato uno di quegli anni in cui è valso la pena vivere. O forse, chissà, tutto era ancora embrionale, prematuro. I nostri simili (almeno tassonomicamente) di quasi due secoli fa non si rendevano conto della grandezza di quello che stava accadendo, delle storie che nascevano attorno alle loro vicende più o meno private, più o meno marginali.

Depuis 1896. Recita così lo slogan di accompagnamento al nome più autorevole che ci possa essere per una corsa di ciclismo: Paris-Roubaix, con grafia rigorosamente francofona, erre arrotate e pronuncia che evoca fascino ed eleganza con naturalezza e senza soluzione di continuità. Nello stesso 1896, anno d'oro, d'argento e di bronzo, rinascevano i Giochi Olimpici, per sogno, volere e impegno del barone Pierre de Coubertin, altre erre arrotate in abbondanza. Sbocciavano giornali e, poco prima o poco dopo, polisportive, squadre di calcio, di rugby, di cricket. L'Europa era in continuo fermento culturale, tecnologico, artistico. Si alternavano le Esposizioni Universali e lo sport costruiva quelle solide fondamenta che lo porteranno a essere uno dei grandi protagonisti del Novecento. Bienvenue à La Belle Époque.

E lungo le strade della Paris-Roubaix questi due secoli scarsi paiono non essere passati per niente. O meglio, passati lo sono ed è innegabile ammetterlo guardandosi attorno con un po' di attenzione. È arrivato un mondo a colori. Ma da quelle parti è come se qualcosa, dentro questo tempo impazzito, si sia bloccato e abbia scelto di non crescere, di rimanere fedele alle sue origini. Lo capisci presto. Ti bastano pochi passi su quelle pietre così contraddittorie: allo stesso tempo crude e romantiche, dolorose e protettive. Diventa subito un rapporto viscerale, senza scuse, senza mezzi termini. Via le maschere, via i mantelli. Anche i piedi fanno fatica a rimanere in equilibrio, le caviglie soffrono, gli occhi rimangono spesso in silenzio, fissi davanti ai propri passi claudicanti. Strade, stradine, di campagna, disperse nel nulla o quasi. Dove la vista si perde verso campi brulli, tralicci, polvere e silenzi. Praticamente deserte durante tutto l'anno, accompagnate soltanto dalle grandi ruote dei trattori che arano, seminano, raccolgono. Le piccole ruote delle biciclette appaiono soltanto per un giorno d'aprile. E che giorno! Non è uno scherzo. È festa nazionale, un 14 luglio fuori stagione e decisamente meno istituzionale.

Ogni settore di pavè, nei 250 e rotti chilometri che uniscono il castello di Compiègne al velodromo di Roubaix, racconta la sua storia personale. Che soltanto in apparenza assomiglia a tutte le altre. A uno sguardo frettoloso e superficiale tutto può apparire simile, sovrapponibile, perfino confondibile. Ma soltanto camminando su quelle pietre, assaporando il vento che le spazza, inebriandosi degli odori che le circondano si può davvero capire questa corsa. Entrarci in contatto profondo, lasciarsi cullare dalla storia del passato e farsi trasportare nei dubbi del presente. Anche linguisticamente tutto cambia. Parlavi con approssimazione di pavè, ti ritrovi a parlare con cognizione di sassi. Non può essere altrimenti. Soprattutto quando il caos della corsa è ancora lontano ed è soltanto il tramonto ad avvicinarsi lento, educato e morbido. A stendersi su quei sassi (che sono milioni, qualcuno li ha pure contati), quasi a proteggerli, con un velo sottile che addolcisca il buio freddo della notte.

Allora ecco Briastre, con la sua salita dritta in balia del vento e le balle di fieno incartate, a due passi da uno dei tanti piccoli cimiteri di guerra che tracciano la memoria di queste terre diradate. E poi Solesmes, direzione Haussy, un tratto a due stelle, dove i ragazzi giovani della Bora provano il percorso che li porterà addirittura a trionfare il giorno dopo. Fino a Quérénaing, direzione Maing, forse il settore più bello per scorci e paesaggio, con i campi di colza gialla che fanno da cornice naturale in lontananza, una ampia semicurva che vira a destra, proprio quella dove durante la corsa si formerà l'ingorgo per il discusso cambio bici di Pogacar. Ma noi non potevamo ancora saperlo. Continuando a esplorare, cacciatori senza armi, arriviamo alla regina del pavè: la Foresta di Arenberg. In francese la chiamano Trouée, che sta per squarcio. Quello che in effetti sembra, osservandola fin dal suo ingresso. Un fendente chirurgico e impietoso tra le fronde, uno strazio di spigoli e spuntoni, scalini e buche. Dove le bici strillano e pregano, semmai qualcuno le ascolti. C'è la storia che si respira a pieni polmoni, così come quella che, in silenzio, in disparte, trasuda dalla miniera di Wallers, che ospita, sotto gli occhi di ragazzi in gamba, un evento di visual mapping e una distesa infinita di camper bianchi, già pronti alla battaglia. L'uscita da Arenberg è un po' come una riappacificazione col mondo e ci commuove per la sua unicità. Non c'è tregua in questa corsa senza alcuna logica e allora, il tempo di due passaggi a livello con annessi treni, ed ecco Pont Gibus, che prende il nome da Duclos-Lassalle (che di nome fa Gilbert, in un intreccio anagrafico di vincitori). Scritta nera su mattoni bianchi e la solita solitudine che si taglia con gli occhi.

In questo pomeriggio freddo e pungente, arriva il pavè di Orchies, quasi nascosto dalla superstrada che lì a fianco corre veloce e ignara. Lo introduce la dedica a Sean Kelly e una parete su cui c'è traccia di una sbiadita immagine pubblicitaria. Sembra di stare nel non luogo perfetto, in questa periferia emblematica, in cui il ciclismo ha la faccia di un ospite inatteso. Pochi attimi, una rapida Bersée ed ecco altre 5 stelle vestite di nero: sono quelle di Mons-en-Pévèle, una serie di enormi tralicci dell'elettricità e la stele che ricorda il fu presidente (François Doulcier) degli Amis de Paris-Roubaix, gli impagabili volontari che si prendono cura di queste pietre durante l'anno e fanno di tutto per farle splendere quando hanno gli occhi di tutto il mondo puntati addosso. Non c'è un attimo di respiro, uno strappetto in asfalto ci porta via e in pochi minuti arrivano le pietre che da Pont-Thibaut conducono a Ennevelin. Rese famose, un anno fa, dalla curva che stese Pogacar e le sue ambizioni di successo. Altri camper sono già appostati, la musica suona sregolata. Sembra quasi che, tratto dopo tratto, si comincino già a sentire le bici che tremano. Così come i nostri piedi, che non trovano pace. Ecco Cysoing e la sua piazza, l'Apèro, la boulangerie, l'ottico, quante storie! Quante storie! Bourghelles è dietro l'angolo col suo Pavè du Calvaire, nome che andrebbe bene ovunque. Poche curve sinuose, un camper fiammingo e la curva secca che ci presenta Camphin-en-Pévèle, settore Eddy Merckx. Lo vediamo a notte fonda, storditi dal silenzio, lo rivedremo di giorno, trascinati dal caos.

Questa corsa la chiamano "l'Inferno del Nord". Ma se c'è una porta per il Paradiso, noi ce la immaginiamo come quella che ci fa entrare al Carrefour de l'Arbre. Quasi al tramonto, nell'ennesima solitudine di queste strade che ti strappano l'anima. C'è un momento esatto in cui ognuno di noi capisce di stare nel posto giusto, nel momento giusto. Quando chiudi gli occhi, immagini una gioia che ti fa tornare bambino. Li riapri e quella gioia la vedi di fronte a te. Ha la forma di una curva piena di pietre sconnesse, col sapore della polvere che si scioglie nell'aria. Ti chiamano dalla finestra per tornare a casa ché è pronta la cena, ma tu continui a pedalare perché sai ancora che cos'è la libertà. Quelle pietre le avremmo volute abbracciare tutte, ce ne fosse una uguale all'altra! In quel momento erano tutte nostre e ce ne rendevamo conto. Queste strade le chiamano spesso chemins, che può anche valere "cammini". Cammini interiori che mille racconti non riescono a narrare. Cammini necessari e benedetti, qualunque sia la forma del proprio mondo. Gruson, e infine Roubaix, sono stati soltanto un brusco schiaffo per scoppiare la bolla dei sogni e tornare alla noia del mondo reale. Ché quasi ci dimenticavamo di cenare.


Pausa. Respiro. Un altro respiro.


Prima di tutti, però, prima di tutto, Troisvilles. Una manciata di abitanti, meno di mille, e oltre 150 chilometri dal traguardo. A Troisvilles c'è il primo settore, il numero 30, di questa Paris-Roubaix. Ci siamo passati che lo stavano ancora allestendo. In un viaggio a ritroso, nello spazio e nel tempo, che volevamo ci portasse nel luogo dove tutto, paradossalmente, trova senso. Lontano dai riflettori, lontano dai podi e dalle cerimonie. Dal caos e dalla frenesia delle dirette e dei like. A Troisvilles, a pochi passi dalla chiesa del paese, lungo una dolce discesa in asfalto, sul lato destro della strada, mattoni rossi e cartelli stradali inequivocabili, appare e si distingue Chez Françoise. La e finale, in francese, è quella della signora Françoise, proprietaria, tuttofare, di questo piccolo cafè che quasi scappa alla vista di passanti e visitatori che non hanno lo sport nelle vene. Un caffè, due chiacchiere tra gli avventori a un tavolo scaldato dal sole che filtra dalla finestra e quattro minute pareti ricoperte di foto, di cimeli, di storia. Tutto parla di ciclismo, tutto parla di Paris-Roubaix, come anche la sua famosa omelette perfetta per un petit-déjeuner. Il nostro francese tremendamente povero ci impedisce di scoprire di più, di scavare ancora meglio nel legno di quelle pareti e negli occhi riservati di Françoise. Qualcosa capiamo, qualcosa immaginiamo, qualcosa sogniamo. E tutto, davvero, ha il sapore necessario della pace.

PA(ris-roubai)X

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Grazie ad Angelo, con cui ho condiviso queste giornate di pazzia sportiva e non.

Le corse? Ah, sì, le corse. Le abbiamo viste, tutte. E abbiamo un sacco di altre storie da raccontare.


Chez Françoise parla di ciclismo in ogni suo angolo



La colza incornicia il settore di Quérénaing


La miniera di Wallers



La stele in ricordo di François Doulcier a Mons-en-Pévèle




Il silenzio avvolge la curva del Carrefour de l'Arbre


La porta del Paradiso, l'ingresso al Carrefour de l'Arbre


Angelo nella Foresta di Arenberg


domenica 29 marzo 2026

Milano-Sanremo 2026 | Una rotonda e poi il mare

La fuga a Novi Ligure, terra di campioni

In avanscoperta. Alla scoperta di quello che c'è dopo la prossima curva o semplicemente alla scoperta di un altro pezzetto di se stessi ancora nascosto sotto le coperte invernali. Pronti-via, la fuga del mattino, come la chiamano in molti. Succede (quasi) sempre così, in questa corsa che parte dalla noia della pianura e arriva alla gioia del mare. O forse no. Parte dalla vita sfrenata e frenetica della pianura e arriva alla tristezza solitaria e malinconica del mare. Punti di vista, stagioni in corso. Ogni luogo è un perenne inseguimento a un futuro che ogni anno è sempre più distante, perso tra le speranze che scendono e la benzina che sale. Milano coi suoi affari, Milano coi suoi Giochi sensazionali. Sanremo coi suoi fiori, Sanremo coi suoi cantanti tanto popolari. E poi c'è Pavia, da dove ora la corsa parte. A osservare il presente affamato e insaziabile che scorre davanti ai suoi occhi, a braccetto con la sua università, come il Ticino in un giorno di sole spezzato. È il nostro tempo. Il tempo che non ci abbandona mai. Il tempo che non ci basta mai.

E allora, forse, per buttarsi alle spalle la paura di quello che non va, per lasciare i pensieri a bollire in disparte, si parte e si va in fuga. Ci piace pensarla così, anche se poi così non è. Perché uno in fuga ci va per farsi vedere, per andare alla tivvù, addirittura per provare a vincere una corsa così importante. Ma la Milano-Sanremo non si vince mai così. La fuga è un vuoto a perdere, è uno spreco consapevole di forze, un investimento che forse frutterà. Lo splendore della Certosa, poi la Lomellina, passando per le rotonde che spezzano la monotonia alienante delle grandi distese che aspettano di fiorire. Le rotonde come un paracarro, perché lì ci piace aspettare la fuga del mattino. Quasi più attesa del giorno di Natale. Un appuntamento con quella storia che mai storia sarà. Un gruppetto di tifosi affezionati e molto esperti a Casei Gerola, con un occhio al telefono per sapere come va e uno alla strada per capire chi arriverà. Si parla di corse del passato, di Grazielle importanti, di previsioni del tempo e di viabilità. Per la prima volta la Milano-Sanremo passa da lì. E, in un piacevole silenzio, arrivano i primi, alla rinfusa. Qualcuno spinge, qualcuno fa un salto all'ammiraglia, qualcuno pare vagare nella terra di nessuno. Prima del drittone del Caravàn, dove tutto si riallinea, con disciplina e buona volontà. Uno sprazzo di luce è la divisa della Polti. Per un attimo ci pare di essere tornati, finalmente, negli anni Novanta. Ma è soltanto una splendida illusione.

La fuga va, prosegue, ci mette il cuore, la testa e le gambe. A Novi Ligure sono cresciuti campioni e campionissimi, passare per primi da quelle parti è una sorta di omaggio al ciclismo. Un tappeto da biliardo, sul quale si stagliano i profili di fabbriche che furono o che sono ancora per poco, resoconto impietoso di un mondo che cambia in fretta, in frettissima, e dimentica presto le sue virtù. Mentre il gruppo avanza ancora con fare sornione, il tempo di una sosta per fare pipì, una battuta che vola tra le folate di vento alzate dalle ammiraglie. Indovinare chi andrà in fuga è sempre un gioco che ci riesce bene. Per molti è già una vittoria. Quasi più di una vittoria. Per onorare una carriera intera che non potrà mai essere quella di un campionissimo. Ora, di fronte, c'è il Passo del Turchino. Dove l'aria si fa sempre un po' più fastidiosa, le nubi si addensano attorno alle cime arrotondate (per fortuna non tempestose) e la corsa comincia a prendere la mira. C'è ancora tempo, tempo ce n'è. 

L'Aurelia compare ed è un manto compatto e scorrevole. Come tutte le grandi strade, è una culla e un'insidia allo stesso tempo. La corsa le stringe la mano poco dopo il caos creativo di Genova. Un po' ammaccata quest'anno la Via Aurelia, per via di una frana che ha pure messo a rischio tutta la giornata. Ma una via il ciclismo la trova sempre, per guarire i mali del mondo. L'Aurelia offre ai fuggitivi una vegetazione nuova, la ferrovia, qualche ciclabile e un tifo più esteso. Nemmeno le rotonde mancano, ma sono rotonde diverse da quelle del mattino. Rotonde cittadine, più abbozzate, più snelle, di quelle che vanno a cena fuori nei weekend e strizzano l'occhio alle vacanze estive. Rotonde di riviera. Altra storia la vita infinita e portentosa delle rotonde di pianura, che fanno colazione la mattina presto e rimangono sveglie fino a notte fonda per badare ai vizi e alle consapevolezze di provincia.

E alla fine è arrivato pure il mare. Calmo, tutto sommato piatto, alla Baia dei Saraceni, con quelle rocce che a guardarle di sfuggita paiono Dolomiti che si sono prese una vacanza. Loro, ancora loro, i fuggitivi, tra una galleria e l'altra, addirittura ancora più distanti dal gruppo. Un'eccezione, una stonatura, quando tutto lascerebbe supporre che la tavola, a questo punto della giornata, si apparecchi soltanto per i più affamati. Loro, noncuranti degli orologi, noncuranti delle lavagnette, vanno. Proseguono, insistono e, in fondo in fondo, sperano. I Capi in sequenza (Mele, Cervo e Berta, ordine alfabetico inverso per chi, come me, se li dimentica sempre), poi la Cipressa che ormai è diventata davvero la sentenza finale. La fuga svanisce, si sgretola, si dissolve nell'aria come una bolla di sapone che ha resistito per ore. I nomi dei temerari si dimenticano in fretta, subito sostituiti da quelli dei campioni che scattano a ripetizione per lasciarsi tutti alle spalle. Maglie che si confondono, si disperdono nella pancia del gruppo che, via via, diventa coda.

Sul Poggio ormai l'aria è fresca, si chiudono bandiere e giacchetti, si parla del vincitore, si parla di Pogačar, c'è già una foto che è passata alla storia. Questione di pochi secondi, sempre quel tempo che non ci abbandona mai. Qualche lattina vuota che sa ancora di birra scivola giù sull'erba di un pendio, che guarda alle coltivazioni a terrazze e all'autostrada che sbuca da una galleria laggiù a valle. I profili di Bussana sono fedeli compagni di questa terra, un occhio in alto col verde dei colli, un occhio in basso contro l'azzurro del mare. Tutto scorre, la folla si dirada. Ma c'è ancora la corsa, qualcuno deve ancora salire, poi scendere e arrivare. Tra di loro, dispersi, anonimi, i fuggitivi. Che ormai nessuno ricorda più. Giusto qualche maglia, confusa con quella degli altri. Uno di loro ultimo al traguardo, due di loro perfino ritirati. Sanremo, la fontana, via Roma, rimangono un sogno svanito, ma anche un obiettivo raggiunto di questo primo giorno di primavera. Riavvolgere il nastro è un piacevole esercizio, per respirare un po' di leggerezza, per capire che, in fondo, tutto ha una sua naturale evoluzione e che i luoghi che attraversiamo sono talmente vivi che è davvero un peccato mortale non fermarsi a chiedere come va.

Grazie Ale, grazie Angelo.

A Casei Gerola la fuga si riallinea sul drittone

Baia dei Saraceni, l'Aurelia lungo il mare


Martin Marcellusi, dalla fuga, penultimo al traguardo

Alexy Faure Protst, francese della Picnic PostNL, dalla fuga, ultimo a Sanremo

L'attesa alla rotonda di Casei Gerola



giovedì 19 marzo 2026

Tirreno Adriatico 2026 | Io non sono di queste parti

Un altra Tirreno Adriatico che arriva nella campagna di Mombaroccio (PU)

Sono stato ragazzo ma non di queste parti. Ogni Marzo mi ricorda che la mia vita è una grande Tirreno Adriatico, per dove sono partito e per dove vivo adesso. Ogni anno sono sempre più dell’Adriatico ed ormai penso che questa sia casa mia. Poi guardo i miei figli, che qui sono giovani, e so di non essere come loro. Alla loro età non sapevo come fosse una pianta di melograno, che colore ne avesse il fiore, e la mimosa fioriva a Gennaio sul Tirreno, quando qui fiorisce quasi a Marzo. Sono le piccole cose che ti definiscono, quelle bussole interiori per cui per te il tramonto è comunque sul mare, mai l’alba. Poi ci sono le cose razionali, e quelle sanno tutte d’Adriatico. Vedere la corsa dei due mari è una cosa che ho imparato qui. La corsa dell’Italia vera, quella ancora contadina, che non trovi nemmeno al Giro d’Italia. Perché la Tirreno Adriatico viaggia in posti così remoti che il Giro non ci pensa nemmeno. Sarebbero troppo strette le strade e troppo lontane dal grande pubblico, che qui non c’è. Perché la Tirreno Adriatico è solo per i puristi, o per coloro cui passa sull’uscio di casa. Sta già tramontando il sole, fa pure un certo freddo. Sono stanco che stamattina ho corso – Fra, ci vediamo tra una settimana a Pavia, alla Milano Sanremo – passa ancora un gruppo, ma il sole è già basso e qui non tramonta sul mare, ma bacia le colline; domani non vengo a Camerino, che l’ho vista oggi, è stato perfetto così. E mi ha ricordato da dove vengo.

un altra Tirreno Adriatico che se ne va (foto Francesco Bonasera)




Tirreno-Adriatico 2026 | Quante volte ho guardato al cielo


Cala il sole sulle lunghe attese mute, l'aria torna a pungere un po', una curva dolce segue l'altra, senza la fretta di quelle mattine che scivolano tutte uguali. Questa corsa proprio non vuole saperne di andarsene via di dosso. Prima sui vestiti e poi fin sulla pelle, rimane la sua impronta imperfetta e unica, educata e viva. Di chi si aggrappa a un sogno e lo coltiva per mesi, per anni, per una vita intera. Nel silenzio di una stanza soffusa in cui il tempo ha trovato la formula per scorrere più lento. Anche quando sembra che tutto finisca all'alba di un giorno di festa. Patatrac. Gli odori sappiamo farli rivivere anche quando c'è soltanto il buio intorno ai nostri occhi. E così il profumo del mare, per un attimo che non proviamo nemmeno ad acchiappare, risale le colline ammantate di verde, penetra nelle stradine strette che ascoltano una Via Crucis inattesa, bagna perfino la polvere di uno sterrato di campagna abituato a fare due chiacchiere con uno scuolabus di paese e che, all'improvviso, vede spuntare un gruppo di ciclisti colorati e ammaccati. E che ciclisti! Quel mare che stringe in un abbraccio il nome e il percorso di questa settimana così preziosa, così tanto preziosa. Tirreno-Adriatico.

A ogni piccola azione quotidiana, a ogni frigorifero aperto, a ogni maglietta infilata, spunta un ricordo. Risuona una frase rubata o scambiata per strada. "Nun ciavemo capito gnènte!" mi dicono due distinte signore sulla ottantina così entusiaste di vedere tutte quelle biciclette e tutti quei ragazzi prima della partenza di San Severino Marche. Questo mondo ci ha abituati, sempre più insistentemente, a classificare, a catalogare. A distinguere e a separare. E invece il ciclismo, quello dei luoghi e della gente, fa la sua piccola rivoluzione e riporta tutto sullo stesso piano. Un filo sottile che collega paesi, province, regioni. Una traccia su una mappa che diventa una traccia nelle storie minori, da scoprire e ascoltare e da custodire con cura. Quel filo che, sapientemente intrecciato coi ferri che spuntano dalle braccia di una signora prima e di una ragazza poi, compone un addobbo per Pasqua a San Gimignano e crea uno stemma per la rievocazione storica a Camerino. Prima la nonna di Filippo Magli (corridore in gara col dorsale 22), poi le vicende di un terziero della Corsa alla Spada. Chi corre più veloce, la spada se la porta a casa. Storie nelle storie, strati che a dispiegarli ci vorrebbero libri interi. E allora possiamo anche rimescolare tutto, ingannare i calendari, cercando un intreccio, una maglia come quei ferri, un dialogo, laddove ci pare di vedere soltanto muri e competizioni. Non ne perdiamo niente. Ci proviamo.

I muri che ci piacciono sono altri. Sono quelli che spaccano le gambe ai corridori, per quanto sono arcigni e per quanto arrivano imprevisti. Proprio dietro quella curva che si affaccia come una carezza sugli ulivi che sonnecchiano pacifici e che non preannuncia di certo una tempesta. Che invece arriverà, a sparare il cuore quasi fuori dalla gola, ad annebbiare le cosce e la vista e a far scomodare più di qualche divinità. Palcoscenico e sceneggiatura offerti gentilmente dalle Marche: colline verdi fino ad accecare il sole, orizzonti lontani in cui il mare sfuma introverso nel cielo velato, battute taglienti senza alcuna malizia ai banconi dei bar mentre nasce ancora un altro caffè. Da piegarsi in due, ogni volta. Io non resisto. Mombaroccio sorge arroccato e addobbato, protetto dalle sue splendide mura e dal Santuario del Beato Sante, ultima erta di giornata per provare a vincere la corsa. Ma gli occhi vanno dritti al cielo, che si offusca, si libera, scalpita, si chiude. Sembra non trovare pace mai, quassù che di pace ce ne sarebbe abbastanza. Ma ognuno, verso quel cielo, è sempre perso a rincorrere i suoi guai. Piove e si sente. Fino a che un raggio bagna di sole una sgangherata fermata del bus in cima alla salita di Montegiano, riparo provvidenziale per pranzi improvvisati e applausi che parlano forte al futuro.

Prima delle Marche, Toscana e Umbria, e poi Abruzzo. A ogni bivio un gruppetto di gente del luogo. Dirigono l'orchestra - benissimo - i volontari della Protezione Civile. Come a Compignano. Età media avanzata, storie da raccontare incalcolabili. Che quasi ti dimentichi che arriva la corsa. Pardon: la corsa di biciclette per atleti professionisti, come recita con imperterrita costanza, quasi un rosario, quasi un mantra, il signore che vende gadget dell'evento dalla sua pensionanda station wagon sonorizzata. Tutto perfetto. Tutto giusto. Tutto imperdibile. A rinfrescare i sogni, una scuola elementare di Camucia, frazione di Cortona, stazione di Cortona. I bambini affacciati alla ringhiera del cortile ammirano tutti i bus delle squadre parcheggiati a pochi metri di distanza. Una festa straordinaria! Borracce, cappellini, adesivi. Per un giorno la lezione non si legge sui libri (o forse sui tablet, sono vecchio...) ma si respira con gli occhi. Mi chiedono di tutto e in continuazione, con quella curiosità irrefrenabile che salverebbe il mondo dai suoi vizi. A che ora partono? Da dove passano? Quanti chilometri fanno? C'è qualcuno svizzero? Da dove vengono quelli blu? Quella è la Fiorentina? Ma Pogacar dove sta? Qualcuno va in bici e uno di loro, una volta, è addirittura arrivato terzo. Io starei tutto il giorno a rispondere ma, ancora una volta, è il cielo che ci richiama tutti. Piove. O forse no. Giusto un po'. Il tempo di ripartire. Ciao ragazzi, guarda come vi divertite!

E infine arriva Camerino. La festa di Camerino. Quel che resta di Camerino. Sostenuta dalle impalcature solide e dalla voglia che brilla negli occhi della sua gente. "Fa male il cuore" mi dice Mario, a ripensare, a rivivere, a ricordare. Quassù ci si aggrappa ai sogni e i sogni passano anche attraverso un nome, stampato sulle maglie e disegnato a colori sugli striscioni: Giulio. Meglio: Giulio daje jo!!! Un amore sconfinato per il ragazzo di casa, cresciuto arrampicandosi per quelle salite che quasi ti ribaltano e adorato dai suoi concittadini che, soltanto pochi anni fa, lo vedevano fare le volate in centro per arrivare fino a scuola. Il talento non fatica mai a farsi strada tra la gente. Lo sa Giulio anche perché lo ha imparato da Michele che, oggi, non può mancare e strizza l'occhio alla strada. E il cielo, ancora lui, diventa presto lo specchio di un popolo intero, delle sue glorie e delle sue tragedie. Per l'ennesima volta non se ne sta fermo un attimo, si accende e si spegne, attende con impazienza che arrivi il momento decisivo della corsa, sotto l'università. Uno sprazzo di sole, poi non più. Un fremito, un raggio di luce, finalmente un boato leggero: Giulio passa per primo davanti ai suoi tifosi, così tanti, così orgogliosi. Il regalo più bello. Non finirà così, al traguardo, qualche metro più avanti. Ma non importa. Perché la trama, ancora lei, ancora quella del filo, è stata davvero perfetta. Puntuale, giusta.

Riecco i nostri pensieri, allora. Ché il vento gli scompiglia un po' i capelli, ma mica se li porta via. Sui passi stanchi che salutano la festa. Si spegne un'insegna, forse non ripartirà. Prima che in cielo torni il sereno, prima che passi ancora quel treno.


Lo sterrato di San Gimignano

La nonna di Filippo Magli al lavoro per Pasqua

Al bivio per Compignano passa per primo, da solo, Diego Pablo Sevilla


La fermata del bus in cima a Montegiano

Lungo il muro finale di Camerino, Giulio daje jo!!!




martedì 10 marzo 2026

Strade Bianche 2026 | Strade Arcobaleno


No, non c'entra la maglia del simil-alieno Tadej Pogačar da Komenda, per l'ennesima volta issata come un palio fuori stagione sotto lo sguardo incredulo della Torre del Mangia. Non c'entra nemmeno quella di Magdeleine Vallieres (all'anagrafe anche Mill), sfumata di bianco, fino quasi a scomparire, in quel polverone maestoso che su Colle Pinzuto condiva con abbondanza l'ora di pranzo. E non c'entra neanche un classico e incantevole arco nel cielo, che pure ha rischiato di fare un salto a vedere la corsa, in quei pochi minuti pomeridiani in cui il vento d'un tratto s'è alzato, le maniche si sono fatte improvvisamente lunghe e un filo d'ombra ha spento la vivacità dei colli inondati di verde. Pericolo scampato. Giusto qualche colpo di tosse. Passerà.

C'entra, allora, con l'arcobaleno, tutta la gente del ciclismo. Che ieri, sabato che apriva marzo, ha affollato, fino a farle quasi sprofondare, le strade che circondano Siena. Quasi fossero, queste splendide strade sinuose e decise, una sua ulteriore cinta muraria. Che protegge e celebra un altro tassello della lunga lunghissima storia della città. Fatta di affreschi e torri, di pietre e di santi, di poeti, fantini, viaggiatori e, oggi, anche di pedalatori. Campioni e campionesse, capaci di spianare le percentuali doppie ricoperte di ghiaia, o semplici appassionati, desiderosi di spianare le loro debolezze quotidiane e regalarsi un attimo di gloria, che in molti casi rimarrà per sempre. Roba che solo il ciclismo sa, senza che ci sia nemmeno bisogno di spiegare perché.

Gorizia, la Brianza laboriosa, Aalst in Belgio, poi la Sicilia, il sud della Francia, Parabiago il paese di Saronni, un altro po' di Belgio e poi Maastricht nei Paesi Bassi, Pistoia, tanta Toscana com'è giusto che sia, la vicina Perugia, la meno vicina Germania, i caldi Paesi Baschi, la folta Slovenia, un pizzico di Polonia, un accenno di Norvegia. No, non è l'ennesimo elenco di un altro politico di turno. Sono i luoghi da cui vengono i tifosi che abbiamo, via via, incontrato lungo le ore della corsa. Alla sfilata della presentazione delle squadre, dove ragazze e ragazzi, tutti insieme, in una saggia e piacevole condivisone di spazi e di occhi, hanno sorriso e scherzato da amici veri. E poi a bordostrada, a prendere polvere e vento, qualche borraccia generosa e a sognare di essere tutti - o quasi - uno di loro. Una come loro.

Strade Bianche, ma poi ben presto gialle come le mimose strette tra le mani di uomini e donne, rosse come la copertina di un libro che non parla di bici o celesti come le maglie del Belgio che adorano le bionde da bere. Questa corsa è esplosa negli anni, diventando una provincia internazionale, un Comune senza più confini. Il bel paese là dove lo yes suona. Non ci rendiamo mai conto di essere parte della Storia, perché la Storia è una cosa seria. E allora parcheggiamo e mangiamo, scattiamo e imprechiamo, ridiamo, parliamo parliamo e ci lamentiamo, uh quanto ci lamentiamo! Ma intanto la Storia va e ci porta via con sé, tra un tornante affogato nel sole o nel fango, con le ruote che volano via o i pedali che chiedono solo pietà. Nomi scritti sulla pelle e altri dimenticati, ma tutti allo stesso modo interessanti, ricchi di piccole e grandi sorprese da scartare. Basta chiedere. Chi sale su una bici non lo fa mai perché non ha niente da dire. E allora queste pagine le scriviamo tutti insieme, chi taglia un traguardo e chi si mette in cammino per dire "io c'ero". Di nuovo, basta chiedere.

La solitudine del silenzio, rotta soltanto dai sassetti che schizzano via dalle ruote affannate, oggi è un ricordo lontano. Strade Bianche di un tempo che fu. Strade Bianche che si faceva le ossa. Oggi quel silenzio è coperto dalle grida di esultanza e di entusiasmo, è avvolto nelle bandiere e stordito dalla musica. Ma le ossa sono forti e tengono botta. Gli scatti illuminano e le rincorse ravvivano. I giovani francesi sbocciano e gli attempati olandesi arrancano. E quello squarcio che schiarisce il cielo, quando ognuno va verso la propria sera, è il segno che per le bici, da queste parti, luci e colori ce ne saranno sempre. Anche se un giorno, all'improvviso, gli arcobaleni si dovessero stufare di questo mondo grigio e prepotente.


Strade Bianche Donne, il gruppo si allunga salendo verso San Martino in Grania


Tadej Pogačar è già solo durante il primo passaggio su Colle Pinzuto


Un gruppo di tifosi belgi segue il finale della prova femminile


Verso sera


mercoledì 8 ottobre 2025

Giro dell'Emilia 2025 | È solo mattino


In Emilia il tempo pare scorrere col passo giusto. Quello senza intoppi della sua pianura piatta affettata dai canali sfumati nella foschia; e quello mosso dei suoi colli, che rompono la monotonia di una luce autunnale che fa l'aria spenta. Le nuvole, anche loro spente, fanno soltanto sognare che ci sia un mare, da qualche parte. Prima o poi. Ma può aspettare. Fretta non ce n'è. Siamo tutti assonnati.


Mirandola si sveglia così, piena di bici veloci e di novità. Che sono così lontane nel tempo dalla sapienza del suo passato. Ma, tutto sommato, così vicine a quell'indole perpetua di dubbi e domande, per non rimanere sempre a guardare l'orizzonte da una parte sola. Qui da oltre cent'anni si parla di pedali e di telai, le corse sono cibo gradito e spartito, nelle chiacchiere fuori dal bar. Lo sguardo poco più su ed ecco ancora i segni di giorni passati a tremare, sulle cupole e sulle facciate. Un legame silenzioso con altre terre sorelle, sul filo sottile delle ruote minori. Che minori non sono.


Io non sono emiliano e quindi forse mi sfugge qualcosa. Ma il ciclismo è sempre un aiuto valido, più che valido, per affacciarsi e guardare pezzi di storia che scorre. E il Giro dell'Emilia rispecchia a pieno i suoi luoghi. Occhi attenti e poco rumore. Scelte chiare e consapevolezza, quando ormai tutto scivola via così facilmente. Alla partenza ragazze e ragazzi sorridono e scherzano, l'aria è spensierata, ma non per questo leggera. Ci sarà un nuovo racconto da scrivere, una nuova iride da mostrare, nuove cifre da annotare. Ma per ora è solo mattino.


Magdeleine Vallieres mostra per la prima volta la sua nuova maglia da Campionessa del Mondo


Mirandola porta ancora i segni del terremoto del 2012

lunedì 23 giugno 2025

Giro d'Italia 2025 - La maglia rosa è il tempo che scorre

 

Del Toro, ricordo del Colle delle Finestre 2025

“Beh.. eh, io.. lo sai che io.. io ho 76 anni”

Mickey risponde così a Rocky quando messo alle strette dal pugile che desidera allenare, cerca di giustificare il fatto d’averlo sottovalutato e lasciato da solo. Mi sono sempre chiesto se quella addotta da Mickey potesse essere una giustificazione accettabile. Credo, passati i cinquanta, di non avere ancora la risposta a questa domanda, ma certamente oggi ho nei confronti del tempo un rispetto, ed assieme una comprensione, che da ragazzo non possedevo.

Sta volando via pure Giugno, cominciato con il  Giro d’Italia che finiva sul Colle delle Finestre, con la maglia rosa che passava sul tornante polveroso, riavvolgendo il tempo che era rimasto congelato per qualche settimana; ed ora il mese si conclude con gli orali di terza media di mio figlio che cancellano un tempo che è persino troppo lungo da immaginare. Dalla finestra aperta dell’aula sul cortile arrivano i battiti d’ala di un piccione che va e che viene. Potrebbe essere la stessa aria, e forse persino la stessa aula di quando era toccato a me. Eppure non lo sono. Il mio tempo è passato attraverso tanti Giri d’Italia ed ancor più maglie rosa. Fu Hampsten a vincere quell’anno, e la mia storia col ciclismo cominciò proprio in quei giorni durante i quali, aspettando gli esami, mi ritrovai improvvisamente davanti allo schermo tutte quelle storie di Giro, di classifica generale, di uomini che conquistavano e perdevano la maglia rosa. Guardo le spalle di mio figlio e non so esattamente come sono arrivato qui, in questo luogo, in questo tempo. Beh, lo sai che io ho settantasei anni? Significa un mondo che c’è dietro e che, conoscendolo, bisogna saper comprendere e perdonare, come poi ha fatto Rocky. Alla fine penso che l’altro giorno sul Finestre è stata solo un’altra maglia rosa che è passata.

un altro esame di terza media, ed il tempo che scorre