giovedì 19 marzo 2026

Tirreno Adriatico 2026 | Io non sono di queste parti

Un altra Tirreno Adriatico che arriva nella campagna di Mombaroccio (PU)

Sono stato ragazzo ma non di queste parti. Ogni Marzo mi ricorda che la mia vita è una grande Tirreno Adriatico, per dove sono partito e per dove vivo adesso. Ogni anno sono sempre più dell’Adriatico ed ormai penso che questa sia casa mia. Poi guardo i miei figli, che qui sono giovani, e so di non essere come loro. Alla loro età non sapevo come fosse una pianta di melograno, che colore ne avesse il fiore, e la mimosa fioriva a Gennaio sul Tirreno, quando qui fiorisce quasi a Marzo. Sono le piccole cose che ti definiscono, quelle bussole interiori per cui per te il tramonto è comunque sul mare, mai l’alba. Poi ci sono le cose razionali, e quelle sanno tutte d’Adriatico. Vedere la corsa dei due mari è una cosa che ho imparato qui. La corsa dell’Italia vera, quella ancora contadina, che non trovi nemmeno al Giro d’Italia. Perché la Tirreno Adriatico viaggia in posti così remoti che il Giro non ci pensa nemmeno. Sarebbero troppo strette le strade e troppo lontane dal grande pubblico, che qui non c’è. Perché la Tirreno Adriatico è solo per i puristi, o per coloro cui passa sull’uscio di casa. Sta già tramontando il sole, fa pure un certo freddo. Sono stanco che stamattina ho corso – Fra, ci vediamo tra una settimana a Pavia, alla Milano Sanremo – passa ancora un gruppo, ma il sole è già basso e qui non tramonta sul mare, ma bacia le colline; domani non vengo a Camerino, che l’ho vista oggi, è stato perfetto così. E mi ha ricordato da dove vengo.

un altra Tirreno Adriatico che se ne va (foto Francesco Bonasera)




Tirreno-Adriatico 2026 | Quante volte ho guardato al cielo


Cala il sole sulle lunghe attese mute, l'aria torna a pungere un po', una curva dolce segue l'altra, senza la fretta di quelle mattine che scivolano tutte uguali. Questa corsa proprio non vuole saperne di andarsene via di dosso. Prima sui vestiti e poi fin sulla pelle, rimane la sua impronta imperfetta e unica, educata e viva. Di chi si aggrappa a un sogno e lo coltiva per mesi, per anni, per una vita intera. Nel silenzio di una stanza soffusa in cui il tempo ha trovato la formula per scorrere più lento. Anche quando sembra che tutto finisca all'alba di un giorno di festa. Patatrac. Gli odori sappiamo farli rivivere anche quando c'è soltanto il buio intorno ai nostri occhi. E così il profumo del mare, per un attimo che non proviamo nemmeno ad acchiappare, risale le colline ammantate di verde, penetra nelle stradine strette che ascoltano una Via Crucis inattesa, bagna perfino la polvere di uno sterrato di campagna abituato a fare due chiacchiere con uno scuolabus di paese e che, all'improvviso, vede spuntare un gruppo di ciclisti colorati e ammaccati. E che ciclisti! Quel mare che stringe in un abbraccio il nome e il percorso di questa settimana così preziosa, così tanto preziosa. Tirreno-Adriatico.

A ogni piccola azione quotidiana, a ogni frigorifero aperto, a ogni maglietta infilata, spunta un ricordo. Risuona una frase rubata o scambiata per strada. "Nun ciavemo capito gnènte!" mi dicono due distinte signore sulla ottantina così entusiaste di vedere tutte quelle biciclette e tutti quei ragazzi prima della partenza di San Severino Marche. Questo mondo ci ha abituati, sempre più insistentemente, a classificare, a catalogare. A distinguere e a separare. E invece il ciclismo, quello dei luoghi e della gente, fa la sua piccola rivoluzione e riporta tutto sullo stesso piano. Un filo sottile che collega paesi, province, regioni. Una traccia su una mappa che diventa una traccia nelle storie minori, da scoprire e ascoltare e da custodire con cura. Quel filo che, sapientemente intrecciato coi ferri che spuntano dalle braccia di una signora prima e di una ragazza poi, compone un addobbo per Pasqua a San Gimignano e crea uno stemma per la rievocazione storica a Camerino. Prima la nonna di Filippo Magli (corridore in gara col dorsale 22), poi le vicende di un terziero della Corsa alla Spada. Chi corre più veloce, la spada se la porta a casa. Storie nelle storie, strati che a dispiegarli ci vorrebbero libri interi. E allora possiamo anche rimescolare tutto, ingannare i calendari, cercando un intreccio, una maglia come quei ferri, un dialogo, laddove ci pare di vedere soltanto muri e competizioni. Non ne perdiamo niente. Ci proviamo.

I muri che ci piacciono sono altri. Sono quelli che spaccano le gambe ai corridori, per quanto sono arcigni e per quanto arrivano imprevisti. Proprio dietro quella curva che si affaccia come una carezza sugli ulivi che sonnecchiano pacifici e che non preannuncia di certo una tempesta. Che invece arriverà, a sparare il cuore quasi fuori dalla gola, ad annebbiare le cosce e la vista e a far scomodare più di qualche divinità. Palcoscenico e sceneggiatura offerti gentilmente dalle Marche: colline verdi fino ad accecare il sole, orizzonti lontani in cui il mare sfuma introverso nel cielo velato, battute taglienti senza alcuna malizia ai banconi dei bar mentre nasce ancora un altro caffè. Da piegarsi in due, ogni volta. Io non resisto. Mombaroccio sorge arroccato e addobbato, protetto dalle sue splendide mura e dal Santuario del Beato Sante, ultima erta di giornata per provare a vincere la corsa. Ma gli occhi vanno dritti al cielo, che si offusca, si libera, scalpita, si chiude. Sembra non trovare pace mai, quassù che di pace ce ne sarebbe abbastanza. Ma ognuno, verso quel cielo, è sempre perso a rincorrere i suoi guai. Piove e si sente. Fino a che un raggio bagna di sole una sgangherata fermata del bus in cima alla salita di Montegiano, riparo provvidenziale per pranzi improvvisati e applausi che parlano forte al futuro.

Prima delle Marche, Toscana e Umbria, e poi Abruzzo. A ogni bivio un gruppetto di gente del luogo. Dirigono l'orchestra - benissimo - i volontari della Protezione Civile. Come a Compignano. Età media avanzata, storie da raccontare incalcolabili. Che quasi ti dimentichi che arriva la corsa. Pardon: la corsa di biciclette per atleti professionisti, come recita con imperterrita costanza, quasi un rosario, quasi un mantra, il signore che vende gadget dell'evento dalla sua pensionanda station wagon sonorizzata. Tutto perfetto. Tutto giusto. Tutto imperdibile. A rinfrescare i sogni, una scuola elementare di Camucia, frazione di Cortona, stazione di Cortona. I bambini affacciati alla ringhiera del cortile ammirano tutti i bus delle squadre parcheggiati a pochi metri di distanza. Una festa straordinaria! Borracce, cappellini, adesivi. Per un giorno la lezione non si legge sui libri (o forse sui tablet, sono vecchio...) ma si respira con gli occhi. Mi chiedono di tutto e in continuazione, con quella curiosità irrefrenabile che salverebbe il mondo dai suoi vizi. A che ora partono? Da dove passano? Quanti chilometri fanno? C'è qualcuno svizzero? Da dove vengono quelli blu? Quella è la Fiorentina? Ma Pogacar dove sta? Qualcuno va in bici e uno di loro, una volta, è addirittura arrivato terzo. Io starei tutto il giorno a rispondere ma, ancora una volta, è il cielo che ci richiama tutti. Piove. O forse no. Giusto un po'. Il tempo di ripartire. Ciao ragazzi, guarda come vi divertite!

E infine arriva Camerino. La festa di Camerino. Quel che resta di Camerino. Sostenuta dalle impalcature solide e dalla voglia che brilla negli occhi della sua gente. "Fa male il cuore" mi dice Mario, a ripensare, a rivivere, a ricordare. Quassù ci si aggrappa ai sogni e i sogni passano anche attraverso un nome, stampato sulle maglie e disegnato a colori sugli striscioni: Giulio. Meglio: Giulio daje jo!!! Un amore sconfinato per il ragazzo di casa, cresciuto arrampicandosi per quelle salite che quasi ti ribaltano e adorato dai suoi concittadini che, soltanto pochi anni fa, lo vedevano fare le volate in centro per arrivare fino a scuola. Il talento non fatica mai a farsi strada tra la gente. Lo sa Giulio anche perché lo ha imparato da Michele che, oggi, non può mancare e strizza l'occhio alla strada. E il cielo, ancora lui, diventa presto lo specchio di un popolo intero, delle sue glorie e delle sue tragedie. Per l'ennesima volta non se ne sta fermo un attimo, si accende e si spegne, attende con impazienza che arrivi il momento decisivo della corsa, sotto l'università. Uno sprazzo di sole, poi non più. Un fremito, un raggio di luce, finalmente un boato leggero: Giulio passa per primo davanti ai suoi tifosi, così tanti, così orgogliosi. Il regalo più bello. Non finirà così, al traguardo, qualche metro più avanti. Ma non importa. Perché la trama, ancora lei, ancora quella del filo, è stata davvero perfetta. Puntuale, giusta.

Riecco i nostri pensieri, allora. Ché il vento gli scompiglia un po' i capelli, ma mica se li porta via. Sui passi stanchi che salutano la festa. Si spegne un'insegna, forse non ripartirà. Prima che in cielo torni il sereno, prima che passi ancora quel treno.


Lo sterrato di San Gimignano

La nonna di Filippo Magli al lavoro per Pasqua

Al bivio per Compignano passa per primo, da solo, Diego Pablo Sevilla


La fermata del bus in cima a Montegiano

Lungo il muro finale di Camerino, Giulio daje jo!!!




martedì 10 marzo 2026

Strade Bianche 2026 | Strade Arcobaleno


No, non c'entra la maglia del simil-alieno Tadej Pogačar da Komenda, per l'ennesima volta issata come un palio fuori stagione sotto lo sguardo incredulo della Torre del Mangia. Non c'entra nemmeno quella di Magdeleine Vallieres (all'anagrafe anche Mill), sfumata di bianco, fino quasi a scomparire, in quel polverone maestoso che su Colle Pinzuto condiva con abbondanza l'ora di pranzo. E non c'entra neanche un classico e incantevole arco nel cielo, che pure ha rischiato di fare un salto a vedere la corsa, in quei pochi minuti pomeridiani in cui il vento d'un tratto s'è alzato, le maniche si sono fatte improvvisamente lunghe e un filo d'ombra ha spento la vivacità dei colli inondati di verde. Pericolo scampato. Giusto qualche colpo di tosse. Passerà.

C'entra, allora, con l'arcobaleno, tutta la gente del ciclismo. Che ieri, sabato che apriva marzo, ha affollato, fino a farle quasi sprofondare, le strade che circondano Siena. Quasi fossero, queste splendide strade sinuose e decise, una sua ulteriore cinta muraria. Che protegge e celebra un altro tassello della lunga lunghissima storia della città. Fatta di affreschi e torri, di pietre e di santi, di poeti, fantini, viaggiatori e, oggi, anche di pedalatori. Campioni e campionesse, capaci di spianare le percentuali doppie ricoperte di ghiaia, o semplici appassionati, desiderosi di spianare le loro debolezze quotidiane e regalarsi un attimo di gloria, che in molti casi rimarrà per sempre. Roba che solo il ciclismo sa, senza che ci sia nemmeno bisogno di spiegare perché.

Gorizia, la Brianza laboriosa, Aalst in Belgio, poi la Sicilia, il sud della Francia, Parabiago il paese di Saronni, un altro po' di Belgio e poi Maastricht nei Paesi Bassi, Pistoia, tanta Toscana com'è giusto che sia, la vicina Perugia, la meno vicina Germania, i caldi Paesi Baschi, la folta Slovenia, un pizzico di Polonia, un accenno di Norvegia. No, non è l'ennesimo elenco di un altro politico di turno. Sono i luoghi da cui vengono i tifosi che abbiamo, via via, incontrato lungo le ore della corsa. Alla sfilata della presentazione delle squadre, dove ragazze e ragazzi, tutti insieme, in una saggia e piacevole condivisone di spazi e di occhi, hanno sorriso e scherzato da amici veri. E poi a bordostrada, a prendere polvere e vento, qualche borraccia generosa e a sognare di essere tutti - o quasi - uno di loro. Una come loro.

Strade Bianche, ma poi ben presto gialle come le mimose strette tra le mani di uomini e donne, rosse come la copertina di un libro che non parla di bici o celesti come le maglie del Belgio che adorano le bionde da bere. Questa corsa è esplosa negli anni, diventando una provincia internazionale, un Comune senza più confini. Il bel paese là dove lo yes suona. Non ci rendiamo mai conto di essere parte della Storia, perché la Storia è una cosa seria. E allora parcheggiamo e mangiamo, scattiamo e imprechiamo, ridiamo, parliamo parliamo e ci lamentiamo, uh quanto ci lamentiamo! Ma intanto la Storia va e ci porta via con sé, tra un tornante affogato nel sole o nel fango, con le ruote che volano via o i pedali che chiedono solo pietà. Nomi scritti sulla pelle e altri dimenticati, ma tutti allo stesso modo interessanti, ricchi di piccole e grandi sorprese da scartare. Basta chiedere. Chi sale su una bici non lo fa mai perché non ha niente da dire. E allora queste pagine le scriviamo tutti insieme, chi taglia un traguardo e chi si mette in cammino per dire "io c'ero". Di nuovo, basta chiedere.

La solitudine del silenzio, rotta soltanto dai sassetti che schizzano via dalle ruote affannate, oggi è un ricordo lontano. Strade Bianche di un tempo che fu. Strade Bianche che si faceva le ossa. Oggi quel silenzio è coperto dalle grida di esultanza e di entusiasmo, è avvolto nelle bandiere e stordito dalla musica. Ma le ossa sono forti e tengono botta. Gli scatti illuminano e le rincorse ravvivano. I giovani francesi sbocciano e gli attempati olandesi arrancano. E quello squarcio che schiarisce il cielo, quando ognuno va verso la propria sera, è il segno che per le bici, da queste parti, luci e colori ce ne saranno sempre. Anche se un giorno, all'improvviso, gli arcobaleni si dovessero stufare di questo mondo grigio e prepotente.


Strade Bianche Donne, il gruppo si allunga salendo verso San Martino in Grania


Tadej Pogačar è già solo durante il primo passaggio su Colle Pinzuto


Un gruppo di tifosi belgi segue il finale della prova femminile


Verso sera


mercoledì 8 ottobre 2025

Giro dell'Emilia 2025 | È solo mattino


In Emilia il tempo pare scorrere col passo giusto. Quello senza intoppi della sua pianura piatta affettata dai canali sfumati nella foschia; e quello mosso dei suoi colli, che rompono la monotonia di una luce autunnale che fa l'aria spenta. Le nuvole, anche loro spente, fanno soltanto sognare che ci sia un mare, da qualche parte. Prima o poi. Ma può aspettare. Fretta non ce n'è. Siamo tutti assonnati.


Mirandola si sveglia così, piena di bici veloci e di novità. Che sono così lontane nel tempo dalla sapienza del suo passato. Ma, tutto sommato, così vicine a quell'indole perpetua di dubbi e domande, per non rimanere sempre a guardare l'orizzonte da una parte sola. Qui da oltre cent'anni si parla di pedali e di telai, le corse sono cibo gradito e spartito, nelle chiacchiere fuori dal bar. Lo sguardo poco più su ed ecco ancora i segni di giorni passati a tremare, sulle cupole e sulle facciate. Un legame silenzioso con altre terre sorelle, sul filo sottile delle ruote minori. Che minori non sono.


Io non sono emiliano e quindi forse mi sfugge qualcosa. Ma il ciclismo è sempre un aiuto valido, più che valido, per affacciarsi e guardare pezzi di storia che scorre. E il Giro dell'Emilia rispecchia a pieno i suoi luoghi. Occhi attenti e poco rumore. Scelte chiare e consapevolezza, quando ormai tutto scivola via così facilmente. Alla partenza ragazze e ragazzi sorridono e scherzano, l'aria è spensierata, ma non per questo leggera. Ci sarà un nuovo racconto da scrivere, una nuova iride da mostrare, nuove cifre da annotare. Ma per ora è solo mattino.


Magdeleine Vallieres mostra per la prima volta la sua nuova maglia da Campionessa del Mondo


Mirandola porta ancora i segni del terremoto del 2012

lunedì 23 giugno 2025

Giro d'Italia 2025 - La maglia rosa è il tempo che scorre

 

Del Toro, ricordo del Colle delle Finestre 2025

“Beh.. eh, io.. lo sai che io.. io ho 76 anni”

Mickey risponde così a Rocky quando messo alle strette dal pugile che desidera allenare, cerca di giustificare il fatto d’averlo sottovalutato e lasciato da solo. Mi sono sempre chiesto se quella addotta da Mickey potesse essere una giustificazione accettabile. Credo, passati i cinquanta, di non avere ancora la risposta a questa domanda, ma certamente oggi ho nei confronti del tempo un rispetto, ed assieme una comprensione, che da ragazzo non possedevo.

Sta volando via pure Giugno, cominciato con il  Giro d’Italia che finiva sul Colle delle Finestre, con la maglia rosa che passava sul tornante polveroso, riavvolgendo il tempo che era rimasto congelato per qualche settimana; ed ora il mese si conclude con gli orali di terza media di mio figlio che cancellano un tempo che è persino troppo lungo da immaginare. Dalla finestra aperta dell’aula sul cortile arrivano i battiti d’ala di un piccione che va e che viene. Potrebbe essere la stessa aria, e forse persino la stessa aula di quando era toccato a me. Eppure non lo sono. Il mio tempo è passato attraverso tanti Giri d’Italia ed ancor più maglie rosa. Fu Hampsten a vincere quell’anno, e la mia storia col ciclismo cominciò proprio in quei giorni durante i quali, aspettando gli esami, mi ritrovai improvvisamente davanti allo schermo tutte quelle storie di Giro, di classifica generale, di uomini che conquistavano e perdevano la maglia rosa. Guardo le spalle di mio figlio e non so esattamente come sono arrivato qui, in questo luogo, in questo tempo. Beh, lo sai che io ho settantasei anni? Significa un mondo che c’è dietro e che, conoscendolo, bisogna saper comprendere e perdonare, come poi ha fatto Rocky. Alla fine penso che l’altro giorno sul Finestre è stata solo un’altra maglia rosa che è passata.

un altro esame di terza media, ed il tempo che scorre


venerdì 20 giugno 2025

Giro d'Italia 2025 / È finito un altro Giro

 

La chiesa di San Giacomo, quasi in cima al Mortirolo


L'Italia scorre da un finestrino segnato da qualche goccia di pioggia terrosa. Scorrono monti e campanili, aziende, pali della luce. Castelli. Scorrono vittime e innocenti, il gioco delle parti e un chiaro segno di stanchezza. È finito il Giro. O meglio, sta finendo il Giro. Ma poco cambia.

Dicono ci sia una nuova Maglia Rosa, dicono che domani vincerà.

È finito il Giro negli occhi di bambini svelti, che attaccano figurine e svuotano borracce. È finito il Giro negli occhi degli anziani affacciati alle ringhiere, fuori dalle porte di casa. Infiocchettate di rosa e bagnate dal sole che cala e che tutto questo non lo sa.

È l'Italia che va.

sabato 24 maggio 2025

Giro d'Italia 2025 / La strada maestra

Gubbio, partenza della tappa numero 9


Il Giro segna sulle mappe una lunga traccia da seguire. E nascono storie scritte sui muri delle case, sbottonate tra le panchine dei giardini comunali. Una statua che indica il sole, prima che il cielo torni a piangere le solite giornate, pigre e uniformi. Il Giro si addentra nei boschi più fitti, scavalla torrenti nervosi, osserva l’ombra lunga dei castelli e raccoglie il profumo delle crostate appena sfornate, all’angolo con la chiesa dei santi patroni.


E la musica scorre, anche quella che qui, davvero, lo giuro, non s’è mai vista ballare così. Ma oggi è tutto un tappeto di fiori. Nei piccoli negozi, lungo la strada maestra, la luce s’accende di rosa e anche il più noioso dei consigli per gli acquisti diventa, in un attimo, un piccolo gioiello da cullare e da allattare. Pane e pecorino, lontani dal caos, ignorano pollici e cuori. Spirito divino o, più semplicemente, sapore di un tempo disteso e paziente. Dicono, gli esperti, intelligenza naturale.


A scuola i bambini disegnano bici e salvano il mondo coi loro sogni più puri. Di sbieco, e sono occhi vissuti, il ricordo di Bartali e un inchino amichevole all’uomo che apre le danze del Giro. Mentre la corsa scivola via, di fianco alle storie di tutti i giorni, con la stessa euforia che parla d’amore e lo stesso sorriso spezzato che cela un dolore. Ai piedi di una strada che guarda all’insù, col freddo che punge e i racconti d’estati spartite tra santi e cantanti. Dialetti che perdono sillabe e implorano conforto e carezze. Tra la polvere che si mischia col fango e un prato che tace e che aspetta, come sempre. Come mai.


La bicicletta, comunque, è come la montagna. Accomuna, è condivisione. Pare di ascoltarlo, il silenzio che grida. La vista si spande, il verde si mangia il cemento. Bandiere e tamburi, un parroco a pedali e le suore che fanno il tifo per il primo in classifica. Roba da romanzi d’autore. Che finiscono che vince un eroe, sotto la torre, col volto che soffre e le braccia che lo mettono in croce. È andata proprio così. La sera scende, le parole si confondono tra loro e non brillano più in bocca alla gente. Per diventare grandi, bisogna essere continuamente piccoli. Altrimenti, a guardare tutto da lassù, sì perde di vista l’altezza delle cose.


Le vigne ormai dormono e una volpe svicola tra la luce dei fari. Quelle strade portano ancora addosso il solco delle ruote che le hanno segnate poche ore prima. È il lavoro del buio, che prepara il domani. Anche il Giro riposa, distende i suoi muscoli e rischiara la mente. C’è il tempo che aspetta puntuale, tra un mucchio di storia e una foto di tutti, una foto da fare. Le nuvole si addensano in cima ai monti severi, che quasi nascondono i loro pensieri. Ma c’è sempre una strada che scioglie le briglie e offre, sia lodato, il brivido giusto della libertà.


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Questo è un racconto in cui realtà e fantasia si scambiano, si intersecano, liberamente ispirato agli incontri e alle chiacchierate che ho fatto tra Tagliacozzo, Gubbio, Siena e dintorni.



Specialità di Tagliacozzo e della Marsica

Gli ultimi corridori arrivano a Marsia

Tagliacozzo in festa fino a sera

Gli sbandieratori e i musici di Gubbio si sono esibiti prima della partenza

Tifosi in attesa al bivio di Vico d'Arbia

La corsa arriva al bivio di Vico d'Arbia

Bambini e adulti in attesa di Wout van Aert a Siena