
Cala il sole sulle lunghe attese mute, l'aria torna a pungere un po', una curva dolce segue l'altra, senza la fretta di quelle mattine che scivolano tutte uguali. Questa corsa proprio non vuole saperne di andarsene via di dosso. Prima sui vestiti e poi fin sulla pelle, rimane la sua impronta imperfetta e unica, educata e viva. Di chi si aggrappa a un sogno e lo coltiva per mesi, per anni, per una vita intera. Nel silenzio di una stanza soffusa in cui il tempo ha trovato la formula per scorrere più lento. Anche quando sembra che tutto finisca all'alba di un giorno di festa. Patatrac. Gli odori sappiamo farli rivivere anche quando c'è soltanto il buio intorno ai nostri occhi. E così il profumo del mare, per un attimo che non proviamo nemmeno ad acchiappare, risale le colline ammantate di verde, penetra nelle stradine strette che ascoltano una Via Crucis inattesa, bagna perfino la polvere di uno sterrato di campagna abituato a fare due chiacchiere con uno scuolabus di paese e che, all'improvviso, vede spuntare un gruppo di ciclisti colorati e ammaccati. E che ciclisti! Quel mare che stringe in un abbraccio il nome e il percorso di questa settimana così preziosa, così tanto preziosa. Tirreno-Adriatico.
A ogni piccola azione quotidiana, a ogni frigorifero aperto, a ogni maglietta infilata, spunta un ricordo. Risuona una frase rubata o scambiata per strada. "Nun ciavemo capito gnènte!" mi dicono due distinte signore sulla ottantina così entusiaste di vedere tutte quelle biciclette e tutti quei ragazzi prima della partenza di San Severino Marche. Questo mondo ci ha abituati, sempre più insistentemente, a classificare, a catalogare. A distinguere e a separare. E invece il ciclismo, quello dei luoghi e della gente, fa la sua piccola rivoluzione e riporta tutto sullo stesso piano. Un filo sottile che collega paesi, province, regioni. Una traccia su una mappa che diventa una traccia nelle storie minori, da scoprire e ascoltare e da custodire con cura. Quel filo che, sapientemente intrecciato coi ferri che spuntano dalle braccia di una signora prima e di una ragazza poi, compone un addobbo per Pasqua a San Gimignano e crea uno stemma per la rievocazione storica a Camerino. Prima la nonna di Filippo Magli (corridore in gara col dorsale 22), poi le vicende di un terziero della Corsa alla Spada. Chi corre più veloce, la spada se la porta a casa. Storie nelle storie, strati che a dispiegarli ci vorrebbero libri interi. E allora possiamo anche rimescolare tutto, ingannare i calendari, cercando un intreccio, una maglia come quei ferri, un dialogo, laddove ci pare di vedere soltanto muri e competizioni. Non ne perdiamo niente. Ci proviamo.
I muri che ci piacciono sono altri. Sono quelli che spaccano le gambe ai corridori, per quanto sono arcigni e per quanto arrivano imprevisti. Proprio dietro quella curva che si affaccia come una carezza sugli ulivi che sonnecchiano pacifici e che non preannuncia di certo una tempesta. Che invece arriverà, a sparare il cuore quasi fuori dalla gola, ad annebbiare le cosce e la vista e a far scomodare più di qualche divinità. Palcoscenico e sceneggiatura offerti gentilmente dalle Marche: colline verdi fino ad accecare il sole, orizzonti lontani in cui il mare sfuma introverso nel cielo velato, battute taglienti senza alcuna malizia ai banconi dei bar mentre nasce ancora un altro caffè. Da piegarsi in due, ogni volta. Io non resisto. Mombaroccio sorge arroccato e addobbato, protetto dalle sue splendide mura e dal Santuario del Beato Sante, ultima erta di giornata per provare a vincere la corsa. Ma gli occhi vanno dritti al cielo, che si offusca, si libera, scalpita, si chiude. Sembra non trovare pace mai, quassù che di pace ce ne sarebbe abbastanza. Ma ognuno, verso quel cielo, è sempre perso a rincorrere i suoi guai. Piove e si sente. Fino a che un raggio bagna di sole una sgangherata fermata del bus in cima alla salita di Montegiano, riparo provvidenziale per pranzi improvvisati e applausi che parlano forte al futuro.
Prima delle Marche, Toscana e Umbria, e poi Abruzzo. A ogni bivio un gruppetto di gente del luogo. Dirigono l'orchestra - benissimo - i volontari della Protezione Civile. Come a Compignano. Età media avanzata, storie da raccontare incalcolabili. Che quasi ti dimentichi che arriva la corsa. Pardon: la corsa di biciclette per atleti professionisti, come recita con imperterrita costanza, quasi un rosario, quasi un mantra, il signore che vende gadget dell'evento dalla sua pensionanda station wagon sonorizzata. Tutto perfetto. Tutto giusto. Tutto imperdibile. A rinfrescare i sogni, una scuola elementare di Camucia, frazione di Cortona, stazione di Cortona. I bambini affacciati alla ringhiera del cortile ammirano tutti i bus delle squadre parcheggiati a pochi metri di distanza. Una festa straordinaria! Borracce, cappellini, adesivi. Per un giorno la lezione non si legge sui libri (o forse sui tablet, sono vecchio...) ma si respira con gli occhi. Mi chiedono di tutto e in continuazione, con quella curiosità irrefrenabile che salverebbe il mondo dai suoi vizi. A che ora partono? Da dove passano? Quanti chilometri fanno? C'è qualcuno svizzero? Da dove vengono quelli blu? Quella è la Fiorentina? Ma Pogacar dove sta? Qualcuno va in bici e uno di loro, una volta, è addirittura arrivato terzo. Io starei tutto il giorno a rispondere ma, ancora una volta, è il cielo che ci richiama tutti. Piove. O forse no. Giusto un po'. Il tempo di ripartire. Ciao ragazzi, guarda come vi divertite!
E infine arriva Camerino. La festa di Camerino. Quel che resta di Camerino. Sostenuta dalle impalcature solide e dalla voglia che brilla negli occhi della sua gente. "Fa male il cuore" mi dice Mario, a ripensare, a rivivere, a ricordare. Quassù ci si aggrappa ai sogni e i sogni passano anche attraverso un nome, stampato sulle maglie e disegnato a colori sugli striscioni: Giulio. Meglio: Giulio daje jo!!! Un amore sconfinato per il ragazzo di casa, cresciuto arrampicandosi per quelle salite che quasi ti ribaltano e adorato dai suoi concittadini che, soltanto pochi anni fa, lo vedevano fare le volate in centro per arrivare fino a scuola. Il talento non fatica mai a farsi strada tra la gente. Lo sa Giulio anche perché lo ha imparato da Michele che, oggi, non può mancare e strizza l'occhio alla strada. E il cielo, ancora lui, diventa presto lo specchio di un popolo intero, delle sue glorie e delle sue tragedie. Per l'ennesima volta non se ne sta fermo un attimo, si accende e si spegne, attende con impazienza che arrivi il momento decisivo della corsa, sotto l'università. Uno sprazzo di sole, poi non più. Un fremito, un raggio di luce, finalmente un boato leggero: Giulio passa per primo davanti ai suoi tifosi, così tanti, così orgogliosi. Il regalo più bello. Non finirà così, al traguardo, qualche metro più avanti. Ma non importa. Perché la trama, ancora lei, ancora quella del filo, è stata davvero perfetta. Puntuale, giusta.
Riecco i nostri pensieri, allora. Ché il vento gli scompiglia un po' i capelli, ma mica se li porta via. Sui passi stanchi che salutano la festa. Si spegne un'insegna, forse non ripartirà. Prima che in cielo torni il sereno, prima che passi ancora quel treno.
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| Lo sterrato di San Gimignano |
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| La nonna di Filippo Magli al lavoro per Pasqua |
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| Al bivio per Compignano passa per primo, da solo, Diego Pablo Sevilla |
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| La fermata del bus in cima a Montegiano |
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| Lungo il muro finale di Camerino, Giulio daje jo!!! |