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| La fuga a Novi Ligure, terra di campioni |
In avanscoperta. Alla scoperta di quello che c'è dopo la prossima curva o semplicemente alla scoperta di un altro pezzetto di se stessi ancora nascosto sotto le coperte invernali. Pronti-via, la fuga del mattino, come la chiamano in molti. Succede (quasi) sempre così, in questa corsa che parte dalla noia della pianura e arriva alla gioia del mare. O forse no. Parte dalla vita sfrenata e frenetica della pianura e arriva alla tristezza solitaria e malinconica del mare. Punti di vista, stagioni in corso. Ogni luogo è un perenne inseguimento a un futuro che ogni anno è sempre più distante, perso tra le speranze che scendono e la benzina che sale. Milano coi suoi affari, Milano coi suoi Giochi sensazionali. Sanremo coi suoi fiori, Sanremo coi suoi cantanti tanto popolari. E poi c'è Pavia, da dove ora la corsa parte. A osservare il presente affamato e insaziabile che scorre davanti ai suoi occhi, a braccetto con la sua università, come il Ticino in un giorno di sole spezzato. È il nostro tempo. Il tempo che non ci abbandona mai. Il tempo che non ci basta mai.
E allora, forse, per buttarsi alle spalle la paura di quello che non va, per lasciare i pensieri a bollire in disparte, si parte e si va in fuga. Ci piace pensarla così, anche se poi così non è. Perché uno in fuga ci va per farsi vedere, per andare alla tivvù, addirittura per provare a vincere una corsa così importante. Ma la Milano-Sanremo non si vince mai così. La fuga è un vuoto a perdere, è uno spreco consapevole di forze, un investimento che forse frutterà. Lo splendore della Certosa, poi la Lomellina, passando per le rotonde che spezzano la monotonia alienante delle grandi distese che aspettano di fiorire. Le rotonde come un paracarro, perché lì ci piace aspettare la fuga del mattino. Quasi più attesa del giorno di Natale. Un appuntamento con quella storia che mai storia sarà. Un gruppetto di tifosi affezionati e molto esperti a Casei Gerola, con un occhio al telefono per sapere come va e uno alla strada per capire chi arriverà. Si parla di corse del passato, di Grazielle importanti, di previsioni del tempo e di viabilità. Per la prima volta la Milano-Sanremo passa da lì. E, in un piacevole silenzio, arrivano i primi, alla rinfusa. Qualcuno spinge, qualcuno fa un salto all'ammiraglia, qualcuno pare vagare nella terra di nessuno. Prima del drittone del Caravàn, dove tutto si riallinea, con disciplina e buona volontà. Uno sprazzo di luce è la divisa della Polti. Per un attimo ci pare di essere tornati, finalmente, negli anni Novanta. Ma è soltanto una splendida illusione.
La fuga va, prosegue, ci mette il cuore, la testa e le gambe. A Novi Ligure sono cresciuti campioni e campionissimi, passare per primi da quelle parti è una sorta di omaggio al ciclismo. Un tappeto da biliardo, sul quale si stagliano i profili di fabbriche che furono o che sono ancora per poco, resoconto impietoso di un mondo che cambia in fretta, in frettissima, e dimentica presto le sue virtù. Mentre il gruppo avanza ancora con fare sornione, il tempo di una sosta per fare pipì, una battuta che vola tra le folate di vento alzate dalle ammiraglie. Indovinare chi andrà in fuga è sempre un gioco che ci riesce bene. Per molti è già una vittoria. Quasi più di una vittoria. Per onorare una carriera intera che non potrà mai essere quella di un campionissimo. Ora, di fronte, c'è il Passo del Turchino. Dove l'aria si fa sempre un po' più fastidiosa, le nubi si addensano attorno alle cime arrotondate (per fortuna non tempestose) e la corsa comincia a prendere la mira. C'è ancora tempo, tempo ce n'è.
L'Aurelia compare ed è un manto compatto e scorrevole. Come tutte le grandi strade, è una culla e un'insidia allo stesso tempo. La corsa le stringe la mano poco dopo il caos creativo di Genova. Un po' ammaccata quest'anno la Via Aurelia, per via di una frana che ha pure messo a rischio tutta la giornata. Ma una via il ciclismo la trova sempre, per guarire i mali del mondo. L'Aurelia offre ai fuggitivi una vegetazione nuova, la ferrovia, qualche ciclabile e un tifo più esteso. Nemmeno le rotonde mancano, ma sono rotonde diverse da quelle del mattino. Rotonde cittadine, più abbozzate, più snelle, di quelle che vanno a cena fuori nei weekend e strizzano l'occhio alle vacanze estive. Rotonde di riviera. Altra storia la vita infinita e portentosa delle rotonde di pianura, che fanno colazione la mattina presto e rimangono sveglie fino a notte fonda per badare ai vizi e alle consapevolezze di provincia.
E alla fine è arrivato pure il mare. Calmo, tutto sommato piatto, alla Baia dei Saraceni, con quelle rocce che a guardarle di sfuggita paiono Dolomiti che si sono prese una vacanza. Loro, ancora loro, i fuggitivi, tra una galleria e l'altra, addirittura ancora più distanti dal gruppo. Un'eccezione, una stonatura, quando tutto lascerebbe supporre che la tavola, a questo punto della giornata, si apparecchi soltanto per i più affamati. Loro, noncuranti degli orologi, noncuranti delle lavagnette, vanno. Proseguono, insistono e, in fondo in fondo, sperano. I Capi in sequenza (Mele, Cervo e Berta, ordine alfabetico inverso per chi, come me, se li dimentica sempre), poi la Cipressa che ormai è diventata davvero la sentenza finale. La fuga svanisce, si sgretola, si dissolve nell'aria come una bolla di sapone che ha resistito per ore. I nomi dei temerari si dimenticano in fretta, subito sostituiti da quelli dei campioni che scattano a ripetizione per lasciarsi tutti alle spalle. Maglie che si confondono, si disperdono nella pancia del gruppo che, via via, diventa coda.
Sul Poggio ormai l'aria è fresca, si chiudono bandiere e giacchetti, si parla del vincitore, si parla di Pogačar, c'è già una foto che è passata alla storia. Questione di pochi secondi, sempre quel tempo che non ci abbandona mai. Qualche lattina vuota che sa ancora di birra scivola giù sull'erba di un pendio, che guarda alle coltivazioni a terrazze e all'autostrada che sbuca da una galleria laggiù a valle. I profili di Bussana sono fedeli compagni di questa terra, un occhio in alto col verde dei colli, un occhio in basso contro l'azzurro del mare. Tutto scorre, la folla si dirada. Ma c'è ancora la corsa, qualcuno deve ancora salire, poi scendere e arrivare. Tra di loro, dispersi, anonimi, i fuggitivi. Che ormai nessuno ricorda più. Giusto qualche maglia, confusa con quella degli altri. Uno di loro ultimo al traguardo, due di loro perfino ritirati. Sanremo, la fontana, via Roma, rimangono un sogno svanito, ma anche un obiettivo raggiunto di questo primo giorno di primavera. Riavvolgere il nastro è un piacevole esercizio, per respirare un po' di leggerezza, per capire che, in fondo, tutto ha una sua naturale evoluzione e che i luoghi che attraversiamo sono talmente vivi che è davvero un peccato mortale non fermarsi a chiedere come va.
Grazie Ale, grazie Angelo.
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| A Casei Gerola la fuga si riallinea sul drittone |
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| Baia dei Saraceni, l'Aurelia lungo il mare |
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| Martin Marcellusi, dalla fuga, penultimo al traguardo |
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| Alexy Faure Protst, francese della Picnic PostNL, dalla fuga, ultimo a Sanremo |
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| L'attesa alla rotonda di Casei Gerola |






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