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martedì 21 maggio 2019

Giro d'Italia 2019 - Giro d'Italia 2029

La maglia rosa è sempre la più veloce, anche sotto il temporale!

Eravamo sotto la pioggia, sotto una pensilina dell'autobus, trovata per miracolo e per disperazione, quando ho riconosciuto immediatamente il volto di Adriano, di cui però non ricordavo il nome. Tappa a cronometro di San Marino, ci sono i corridori che transitano uno ad uno e dopo esserci abbracciati ora siamo seduti su quella panchina, interrotti dagli atleti che filano via veloci. Passa Demare e si parla del Galibier, passa Ewan e si parla del Ventoux. Adriano l’ho conosciuto una calda sera di Luglio nel 1998, mentre scendendo con la moto (che fico che ero) da Plateau del Beille avevo notato un gruppo di tifosi italiani. Sarebbero diventati per me un punto di riferimento, bastava guardare per terra e leggere Pantani, con la P lunga della “Pirelli”, erano loro, quelli di Borello. In quegli anni, sulla strada mi hanno sfamato, mi hanno tenuto compagnia, mi riconoscevano come “quello dei Pirenei”. Passa Ackermann e si parla di Campiglio. Non sono umidi gli occhi perché tutte le lacrime sono già state consumate, oggi ci pensa la pioggia di questa giornata di un Maggio autunnale. 


Il grande sorriso di Adriano nel nostro incontro del 2008
 Adriano da allora lo avevo incontrato di nuovo al Giro, nel 2008 a Sogliano sul Rubicone. Non c’era più il gruppo della P lunga ed io non avevo più la moto. E quindi oggi, dopo altri dieci anni che sono passati tra tappe, maglie rosa, fotografie e tante emozioni. Lui è solo col suo “ducato” attrezzatissimo ed io sono con un figlio che non sa. I suoi sette anni non possono sapere né della P lunga, né della moto, né del tempo che è trascorso. Passa Ludvigsson, passa Knees, passa De Gendt. Noi sotto la pensilina con le nostre storie che scivolano tra le dita, ed il ciclismo di ora che ci passa davanti. Mio figlio vuole tutta la mia attenzione, torniamo a questo Giro, al presente, perché in fondo sia io che Adriano abbiamo deciso che quel periodo, per quanto bello sia stato, deve restare dove era rimasto. Lui col ducato, la sedia e l’ombrello, io con due fotocamere e la compagnia di un bambino che vede e mi fa vedere l’oggi. Per lui la maglia rosa è andata più veloce di tutti anche sotto la pioggia, semplicemente perché non sa. Ed è così che deve essere. Ciao Adriano, ci vediamo tra dieci anni.


I tempi eroici del 1998

venerdì 17 maggio 2019

Giro d'Italia 2019 - Di luoghi e di persone




Prima di parlare dei luoghi, le persone. Perché ero partito con l’intenzione di parlare di salite, quadri e campanili, ma alla fine mi ritrovo col pensiero a Giovanni Carboni, che ha conquistato la maglia bianca al Giro d’Italia a San Giovanni Rotondo e che è di San Costanzo, il paesello (magnifico) dal quale partono i nostri giri. Si, perché il giro di oggi avrei voluto farlo più lungo e soprattutto assieme ad Angela e Giovanni, i miei compagni di tante avventure sulla strada, ma il brutto tempo alla fine ci ha fregato. 

La mia bici appoggiata sulle mura di Cartoceto

Prima dei luoghi le persone, perché quando pedali porti sempre con te un ricordo dei tuoi cari, che poi materializzi in un campanile, in un quadro e talvolta persino in una salita. Anche se quella di oggi la conosco a memoria. Anticipo l’ottava tappa del Giro di qualche ora, non per descrivere un percorso particolarmente insidioso (un po’ lo è), ma per il puro piacere di anticipare il Giro sulle strade dei miei allenamenti e vedere come i paesi che conosco si preparano a l’evento. Avrei voluto passare per San Costanzo, ma il tempo era tiranno e così incrocio il percorso a Calcinelli (km 159) e mi inerpico su per la Mattera, che noi qui chiamiamo Beato Sante, dal nome del Santuario dedicato ad un frate. Nulla di che, ma è pur sempre una salita che scavalca una delle colline più alte della zona. 

Da qualche parte, nascosto tra le colline Marchigiane, il Beato Sante

Prima dei luoghi le persone. Quelle che incontri in piazza a Saltara, dove c’è il pavè, oppure vicino alle mura quando sfiori Cartoceto. E già sembra che aspettino la tappa. E’ proprio quello che volevo vedere. Poi mi butto giù verso la “mia” valle giungendo a Santa Maria’Arzilla (km 178), crocevia di tantissimi allenamenti. Aria di casa, eppure aria di Giro. Sfioro la chiesa romanica che da il nome a questo luogo, dentro la quale è custodito un quadro stupendo, la Madonna della Misericordia. “Per loro e per loro soltanto”, la Madonna protegge con il suo mantello coloro che presumibilmente furono i committenti del quadro, quando passo di qui mi piace ripetere questa frase. 

Santa Maria dell'Arzilla, che custodisce una magnifica Madonna della Misericordia
Ci sono incontri ed incontri. E questo è stato speciale. Mauro Fumagalli di Marche Bike Life!

Prima dei luoghi le persone che incontro. Come quando improvvisamente riconosco Mauro Fumagalli, vulcanico guru del cicloturismo Marchigiano (guarda il suo sito). E’ tiratissimo, ed accompagna Paola Gianotti nel suo personalissimo Giro come testimonial della sicurezza sulle strade (non perderti la sua avventura). Insomma, dietro l’angolo trovi gente che conosci solo su facebook e ti sembra di conoscerli da sempre. Mauro mi invita a proseguire il percorso di tappa con loro, e non sa quanto lo vorrei (era nei piani originali), ma la pausa pranzo sta finendo ed è ora di tornare. 

Domani c’è il Giro ed è già tardi. Lo sapevo da Novembre, e mi sono ridotto all’ultimo. Meglio così, più genuino, i luoghi perdoneranno, le persone dimenticheranno. E tutto tornerà a suo posto. E le persone ai loro luoghi.
I miei cari amici Giovanni ed Angela. Mi siete mancati!


giovedì 10 gennaio 2019

Sagan si è fermato a Monteguiduccio

Salendo verso Monteguiduccio in una splendida giornata invernale

La quarta tappa della prossima Tirreno Adriatico è un trabocchetto. Non si può sicuramente giudicare dal profilo altimetrico, visto cha appare scarso, così come voluto da RCS per tutta l’edizione 2019 della corsa dei due mari. Le insidie stanno nascoste tra i segreti delle colline che in pochissimi conoscono. Pochi punti di riferimento, numerose contropendenze, salite brevi e difficili che l’altimetria non riesce a rendere. La tappa parte da Foligno e dopo essere entrata nelle Marche, evitando accuratamente l’Appennino, si presenta a Fossombrone una prima volta. La città chiude la bassa vallata del fiume Metauro e la tappa si snoda da qui in direzione mare (senza mai avvicinarvisi), sulle colline della sponda sud del fiume per poi attraversarlo a Calcinelli e ritornare sulle colline della sponda nord. 
Il profilo altimetrico della 4a tappa della Tirreno Adriatico 2019


Merita sicuramente un post la salita dei Cappuccini, proprio sopra Fossombrone, che verrà scalata due volte prima del finale. Per adesso ci siamo voluti dedicare al gran premio della montagna che precede questo epilogo, spinti dalla curiosità verso uno dei paesi più remoti ed isolati della provincia di Pesaro: Montegiuduccio. Prima di tutto bisognava capire dove transiterà la corsa, perché le informazioni ufficiali a disposizione non sono ancora dettagliate, e così ci siamo messi a studiare le strade andando pure per esclusione. Via le sterrate, via la principale opzione che parte da Ponte degli Alberi, che verrà affrontata in discesa. Rimane una serie di stradine strette e poco battute che avevo già affrontato in altre occasioni, senza mai giungere sino al paese. In particolare avevo in mente un bivio, un bivio nascosto che mi puzzava di trabocchetto, visto che sono poco amante delle pendenze ardite. Ne parleremo più avanti.
La planimetria della salita


L’appuntamento con Angela e Giovanni è nella piazzetta di San Costanzo, sulle ultime colline del Metauro che già guardano il mare. Ci scaldiamo con l’ultimo sole del 2018, è il 30 Dicembre ed è una splendida giornata. Si pedala verso Fossombrone sulle colline a sud del fiume sino a raggiungere Piagge per scendere a Calcinelli, dove per la prima volta incontriamo il percorso di gara (km 159), e transitiamo sul Metauro. Evitiamo accuratamente la salita di Cartoceto (km 165 circa) che aggiungerebbe solo fatica e chilometri. Qui un breve inciso; sorvoliamo anche sulle salite che precedono (Sorbolongo km 129 ed Orciano km 144) non perché non siano interessanti ma perché sebbene siano un degno antipasto del finale, esse non sono decisive. Si tratta comunque di strade sempre varie, ricche di saliscendi, e di pendenze assassine. Da 100 km al traguardo questa tappa non concede tregua.
Pedalare nelle Marche significa imbattersi in paesaggi splendidi

Eccoci dunque finalmente di fronte alla salita del giorno, superato l’abitato di Tavernelle la strada Flaminia presenta una breve discesa per poi riacquistare quota per giungere nei pressi di Sterpeti. Qui il bivio a destra verso la Strada Fontecasale. Una volta per tutte i freddi numeri non sono in grado da soli di descrivere le difficoltà da affrontare. Dal bivio della Flaminia alla cima trascorrono 11,7 km ad una pendenza media del 2,8%, ma si tratta di una salita molto irregolare, con diverse contropendenze, anche significative.
La prima parte della salita sino a Montefelcino presenta un solo momento di reale difficoltà

La vista si apre sui colli della Val Metauro

La strada si impenna dolcemente e risale la collina con la vista che si allarga mano a mano che si sale. La strada è stretta ma ottimamente asfaltata e già si vedono le mura del borgo di Barchi quando si comincia a sudare su pendenze comunque ancora semplici. Si alternano brevi tratti all’8% ad altri più agevoli, sino ad una lieve contropendenza che annuncia un primo tratto impegnativo di trecento metri che porta sulla strada principale diretta a Montefelcino, la provinciale 48. Ma per giungere al paese manca ancora più di un chilometro, anche questo irregolare. 

La seconda parte della salita è la più irregolare con un lungo tratto in discesa


Dopo un breve conciliabolo ed una conta delle forze rimaste decidiamo di procedere verso l’ignoto. Siamo attirati dall’idea di pedalare su una strada poco battuta, ed allo stesso tempo ne abbiamo rispettoso timore. Come scopriremo, le nostre riserve sono giustificate. Dopo il paese di Montefelcino si continua a salire per altri 1,5 km, sempre alternando agevoli falsipiani a strappi più impegnativi, che comunque non riservano sorprese. Si transita davanti al cimitero ed al ristorante Il Torchio, che anticipa il bivio verso Montemontanaro, che ignoriamo. La strada si allarga e poi scende in modo deciso per quasi due chilometri per ripartire verso l’alto su un tornante a sinistra, e stavolta si è subito oltre l’8% e su questa pendenza, adesso regolarissima, procediamo per oltre mezzo chilometro sino ad un tornante a destra. 
Il bivio verso la chiesetta di San Pancrazio da inizio alle vere "danze"

Su l’esterno di questo tornante si cela dietro una quercia un bivio da cui parte strada piuttosto stretta, quasi invisibile, non fosse per una serie di segnali stradali di pericolo e l’indicazione verso la chiesa di San Pancrazio. Manca solo il segnale di pericolo di morte, ma nel nostro animo il terrore ha già fatto capolino. 
Dal bivio alla cima è salita vera, a tratti durissima

Finalmente, quasi in cima, si repira e si ricomincia ad apprezzare il panorama

La luce del sole è sempre più fredda e malinconica, ci infiliamo nel breve toboga in discesa chiedendoci dove andremo a sbucare e siamo subito serviti con un tornante a destra in contropendenza che decolla al 18%. Passiamo in tutta fretta ai rapporti più agevoli che abbiamo, e dopo pochi metri vorremmo averne ancora qualcuno da alleggerire. Il primo chilometro di salita ha una media del 12% ma i primi 600 metri sono tutti oltre il 18%. Le gambe bruciano ed i nostri cuori pompano quanto loro è possibile. Ci sono 4 tornanti, uno peggio dell’altro. Si sale violentemente nella boscaglia sino a che la vista non si apre sulla valle. Meravigliosa adesso. Alla cima manca ancora più di un chilometro ma il peggio è decisamente passato, perché la strada riprende nuovamente ad essere irregolare, non fosse per gli ultimi duecento metri, che sono ancora oltre il 12%. In cima alla salita il paese di Monteguiduccio non si è ancora rivelato, ma è ormai vicino, manca meno di mezzo chilometro tra discesa e falsopiano. Una porta accoglie l’ingresso in paese, ma la strada prosegue lambendolo. A noi non resta che fermarci al bar, per un caffè ed il piacere dell’aria calda della sala dove siedono una decina di anziani e dei ragazzi che giocano a boccette. Salutiamo e auguriamo buon anno, si respira aria di paese e per pochi minuti ci sentiamo dei loro. Fossombrone ed il suo arrivo sono ancora lontani, ma questa è un'altra storia.

venerdì 18 maggio 2018

Giro 2018 - Sotto casa

La fuga del giorno transita a Fano, sotto il Pincio (foto Diana Federico)
Strano l’impatto del Giro su una piccola città. Ieri a l’ora di pranzo tutta Fano era riversa in strada per il passaggio dei corridori. Persino mia moglie e mia figlia, autrici delle foto di oggi, che volevano darmi una mano con il blog, mentre io per un giorno mi sono goduto soltanto il passaggio, senza neppure scattare una foto, senza reflex, persino senza cellulare in mano. Ti rendi conto di tante cose di cui non ti accorgi quando sei intento a cogliere immagini dalla corsa. Ti accorgi di chi sta intorno, del silenzio degli attimi prima del passaggio e di come velocemente la strada torni alla normalità dopo il passaggio. Tutti a pranzo, era ora!

Il gruppo a Fano, davanti a Porta Maggiore (foto Natalya Djarimbetova)

mercoledì 4 aprile 2018

L'ora di Gualdo

La corsa risale la ripida salita verso Gualdo
Grazie al blog amico Salite delle Marche avevo scoperto che la tappa di Sassotetto della Tirreno Adriatico 2018 sarebbe transitata sulla salita di Gualdo, e la sua descrizione mi aveva affascinato. Così poco prima di arrivare avevo scorto di fronte a me i tornanti ed il paese ed avevo deciso di fotografare da lì la corsa. A Gualdo non sono mai arrivato, ma è stato bello uguale.

C’è sempre un immagine che racchiude tutte le altre, un momento che riassume perfettamente un intero mese di corse, fatto di viaggi, attese, canzoni alla radio, panini imbottiti e tanto entusiasmo. La mia immagine, il mio momento, è stata l’ora ad attendere la Tirreno Adriatico a Gualdo. Forse sarà stato il primo tiepido sole, oppure la presenza di mio figlio, od il gruppo lento che risaliva verso il paese, come fosse stato senza fretta, fuori corsa, soltanto per far mostra di se. A Gualdo è passato il ciclismo.

lunedì 12 marzo 2018

In viaggio con papà

Kyrienka tira il gruppo sul Sassotetto (foto di Mario Federico)

La fotografia di quest’oggi è stata scattata da mio figlio Mario, di 6 anni, che sabato scorso ha seguito per la prima volta una corsa assieme a me, ed a cui ho affidato la reflex con il grandangolo per poi scoprire che, sebbene la fotocamera sia quasi più grande di lui, ha grande talento nell’inquadrare i corridori.

C’è un ricordo di tanti anni fa che mi ha portato sino a qui. Un viaggio in auto con mio padre, in un posto che non saprei dire, in un tempo che non saprei dire, ed il ricordo di un istante, di una caramella alla liquerizia e di uno sguardo emozionato. Credo fosse il primo viaggio da solo con mio padre; altrimenti perché ricordarlo. Sono passati quasi quarant’anni e la Tirreno Adriatico sta giungendo rapida e colorata, c’è mio figlio, che ho convinto a venire con me dietro la corsa. Diffidente al primo passaggio, timido quando incontriamo Francesco ed Iraia, entusiasta quando a Gualdo si fa vivo l’elicottero, socievole quanto facciamo nuovamente gruppo con gli amici, ed emozionato tra la neve del Sassotetto, mentre i corridori ci passano accanto e lo guardano incuriositi mentre lui li inquadra, senza perdersene uno. Poi risaliamo in macchina e pensiamo alla strada del ritorno ed è in quel attimo che sempre appare alle corse, quando sai che tutto è finito e già i ricordi lavorano nel subconscio, che lui mi dice di essere stato bene. I suoi occhi che sognano sono la mia soddisfazione e la fine di un viaggio cominciato tanti anni fa.

noi due sabato scorso

lunedì 5 marzo 2018

Tutto ci ha portato qui


Van Aert e Bardet in fuga verso Siena


L’aria che sa di neve alle quattro di mattina. La nebbia che mi accompagna sino all’Appennino. Gubbio sulla sinistra e Cortona sulla destra. La colazione alle porte di Siena. L’abbraccio con l’amico che non vedo da mesi. L’incontro con Francesco. Il papà di Francesco che mi parla di Bach. La pioggia che scende copiosa e fredda. Il primo sterrato delle donne. Il conte ed i caprioli. La ragazza ritirata che va come una moto. Il caffè nel bar degli anziani. La sagra della trippa. L’auto ricoperta di fango. Gli uomini irriconoscibili. A Lucignano diluvia e tira il solito vento. A Buonconvento saltiamo la fila. Il fondo chiuso di San Martino. I panini della Claudia. Il freddo nelle ossa. Il riscaldamento auto a 26°C. I tappetini da buttare. La fotocamera bagnata e schizzata dal fango. Le crete. La vecchia fontana di Presciano. Il nostro bivio, finalmente. 

mercoledì 14 febbraio 2018

Marco Pantani

Marco Pantani da solo verso Madonna di Campiglio - Giro d'Italia 1999

Il 14 Febbraio 2004 moriva Marco Pantani, il ciclista più carismatico dopo Fausto Coppi. Solo e dimenticato da tutti Pantani perse la vita, in circostanze mai del tutto chiarite, in un residence per coppiette sulla riviera Romagnola. Ma tutti sanno sin troppo bene che Pantani, il vero Pantani, si spense molto prima di quel giorno, e si fa risalire le sue disgrazie al 5 Giugno 1999 allorché fu allontanato dal Giro d’Italia, sino ad allora condotto da leader indiscusso. Su quei giorni si sono scritti libri e fiumi di pagine. Io che ero là, al seguito di quel Giro con la mia moto, ne so meno di tutti voi, ma di quei giorni voglio lasciare qui il mio personalissimo ricordo. 

Le malghe verso Madonna di Campiglio mi avevano aperto il cuore, perché nelle gambe avevo ancora il tremore di tutta la paura che mi ero preso ad attraversare la galleria sul lago giù in valle, verso Tione. Stretta e buia, a tratti lasciata scoperta nella roccia viva, con lugubri finestroni sul lago ed acqua che a momenti veniva giù a secchiate dalla volta, senza contare il rumore assordante dei ventilatori di estrazione. Un vero incubo che adesso svaniva alla vista del gruppo del Brenta, già illuminato dal tramonto. Io ne venivo dal Manghen, dove era passato il Giro, e Pantani aveva vinto la tappa a Pampeago. Madonna di Campiglio sarebbe stata interlocutoria, prima del tappone della leggenda con Gavia, Mortirolo e Santa Cristina, quasi a ripetere la leggendaria tappa del ’94 che lo aveva lanciato (Stelvio, Mortirolo e Santa Cristina). Pertanto Madonna di Campiglio era “di riposo” anche per me, avrei potuto fare le foto rilassato, senza lo stress di voler cogliere l’immagine che fa la storia. Non andò così.

Fuori stagione queste località sono tutte uguali. Piccoli paesi vuoti, con grandi alberghi vuoti. Ma io soldi proprio non ne avevo e montai la mia tenda su una piazzola di fianco alla statale, poco prima di entrare in paese. Piovve quella notte e piovve il mattino seguente. Poi spuntò uno splendido sole, proprio poco prima dell’arrivo della tappa. Mi recai a circa due chilometri da l’arrivo, dove la salita mi sembrava un po’ più dura, ed aspettai. Anche quel giorno Pantani, in maglia rosa, scattò ed io feci una bellissima fotografia che nelle tappe precedenti proprio non mi era riuscito di fare. Fu forse la tranquillità con cui avevo affrontato l’arrivo della corsa a garantirmi un buono scatto. Ricordo che feci un po’ di fatica a superare il traguardo, intasato com’era nel dopo gara, ma con la moto era più semplice, così passai. Mi feci tutta la Val di Sole e poi transitai sul Tonale, dove faceva un freddo cane. Quindi Aprica ed infine mi accampai, che faceva già buio, sul Santa Cristina. Non dormii quasi nulla, un po’ perché montai la tenda su un gruppo di radici di un frassino, un po’ per il chiasso dei tifosi, che mano a mano arrivavano e si accampavano. Canti e schiamazzi tutta la notte sinché al far dell’alba tutti ci addormentammo. Essa era argentea e gelida, come tutte le albe d’alta montagna. Nessuno di noi poteva immaginare, intenti come eravamo a vivere quel evento in prima persona, che quel giorno appena nato avrebbe cambiato la storia del ciclismo per sempre, ed avrebbe lasciato una cicatrice enorme sul Giro e su Pantani. A noi parve un’alba felice, perché la storia non bussa mai, non manda mai avvisi ai suoi testimoni. E tali ci preparavamo ad essere, ne l’alba del 5 Giugno 1999.

mercoledì 24 gennaio 2018

La Tirreno è dell'Adriatico

La Tirreno Adriatico sul muro di Montelupone, era il Marzo del 2009
Il percorso della Tirreno Adriatico 2018 è tornato al disegno tradizionale, alleggerendo l'arrivo in salita e puntando sui finali esplosivi, quelli disegnati sulle colline Marchigiane, a ridosso del mar Adriatico.
Raccomando a tutti la lettura del post dell'amico Michele Mazzieri del blog Salite delle Marche che descrive per filo e per segno le tappe chiave della corsa di quest'anno. Qui il link


La corsa dei due mari nasce con un illusione, quella del nome, che vuol dare lo stesso peso alle due sponde. Allora mi sono chiesto dove, tra le valli del centro Italia, finisca il Tirreno e cominci l’Adriatico. Perché la nostra penisola è tutta un mare, così circondata ed esposta alle albe, ai tramonti alle bizze delle onde ed dei traffici. Nessuno è escluso da questa divisione, se non verso nord, fuori dalla penisola, lassù in pianura dove non si è ne del Tirreno ne dell’Adriatico. Ma nelle piccole valli del centro o si è dell’una, o dell’altra parte. Forse solo tra le valli Umbre, parallele ai due mari è difficile distinguere, anche se alla fine se sei di Perugia l’ombrellone ce l’hai su l’Adriatico, ma se sei di Orvieto vai da l’altra parte. E’ una questione di tradizioni familiari, di vie di comunicazione, di senso di appartenenza che viene scritto nel codice genetico di ciascuno di noi. Chi segue queste pagine sa di me e del mio nascere del Tirreno, per poi conoscere l’Adriatico, un po’ come questa corsa che nasce e da importanza al primo per poi svilupparsi e decidersi sull’altro. Allora vi dico che essa trova il suo significato una volta che ha valicato la dorsale, e che già si parla diverso, si mangia diverso e si respira diverso. La luce è diversa perché intrisa di quel umido che di là non si trova e la temperatura è diversa perché le brezze dei Balcani di qui si fanno sentire anche a Marzo. La Tirreno, come la chiamavamo noi ragazzi di ponente, altro non è che la corsa dell’Adriatico e le appartiene. Trova nelle colline Marchigiane, ancora inebetite da l’inverno, il suo salire ed il suo riscendere. E là dietro, quasi disegnati sulla cartapesta, i monti che separano ciò che sta da l’altra parte.

lunedì 15 maggio 2017

Giro 2017 - In cima per Dario


Gennaro e Bianca, i miei compagni di viaggio


Mentre Gennaro mi racconta la loro disavventura, ho ancora vivo il ricordo del mal di piedi patito due anni fa per scalare e poi scendere il Colle delle Finestre a piedi, ed in cuor mio ho già deciso. Li faccio salire a bordo e cominciamo a procedere per quella strada che la corsa non neppure toccherà, ma che è stata chiusa al traffico per chissà quale criterio organizzativo, dal momento che ci sono ben due versanti liberi per raggiungere almeno la funivia. Così superiamo Passo Lanciano, e ci inoltriamo verso la cima di una montagna che per me è un po’ misteriosa. A cominciare dal nome, il Blockhaus. La prima volta che ne sentii parlare credevo si trovasse sulle Alpi, forse in Tirolo, e rimasi molto stupito nel sapere che invece è in Abruzzo. Il nome deriva da diverse vicende legate ad un fortino posto sulla cima, sorvegliato da Austriaci prima e Tedeschi poi. Gennaro è appassionato i ciclismo, ex dilettante ed amico di Dario Cataldo, ed è al Giro con la fidanzata Bianca per fare il tifo per il suo amico Dario che tra l’altro è in classifica. Ci diamo del lei, ma in discesa a fine corsa, viriamo al tu. Sono quegli incontri speciali, che fai soltanto al Giro e che si sviluppano rapidamente, sino alla foto ricordo a Lettomanopello, poco prima dei saluti, con una luce serale stupenda che illumina il piccolo paese. Un invito per arrosticini sulle coste del Gran Sasso, un numero di telefono ed il sorriso aperto di questa coppia incontrata per caso. Il Giro continua.
Dario Cataldo, Giro d'Italia 2017

domenica 14 maggio 2017

Giro 2017 - Il piccolo paradiso

Il Giro d'Italia passa davanti al Piccolo Paradiso
Il paradiso l'abbiamo trovato in una giornata di sole quasi estivo all'interno del borgo di Peschici, aspettando il Giro d'Italia. Il paradiso è uno stato d'animo, ancor prima che un luogo, ma in quel posto siamo stati bene. Venerdì sera eravamo in terrazza a mangiare troccoli allo scoglio quando Pippo, gabbiano e cliente abituale del Ristorante Piccolo Paradiso ci è venuto a trovare. Il giorno dopo eravamo sulla stessa strada per ammirare il Giro d'Italia. E già domani un altra strada, senza sosta e senza poterci mai fermare, presi come siamo dall'inseguire la corsa, ed una nuova avventura. Senza mai fermarci, neppure fosse il paradiso.

Il gabbiano Pippo

venerdì 24 marzo 2017

Sole e caffè

Un omaggio ai coraggiosi di giornata: Frapporti guida Clarke e Skujins, seguiti da Maestri, Zurlo, Rovny e Marangoni. Nascosti Poli, Amezqueta e Denz.
 Ogni anno si ritorna a Pontecurone, crocevia del nostro piano d’attacco alla corsa. Lasciamo una macchina e si monta tutti sulla mia. Pontecurone è un paese come ce ne sono tantissimi in Italia, quelli che in pochi conoscono e dove si vive una vita dignitosa anche con pochi soldi, dove tutti, bene o male, hanno un’attività. Dove i ragazzi non sanno cosa fare, dove c’è una piazza, una strada che porta cose nuove e porta via quelle passate, ed una sagra all’anno. La Milano Sanremo passa nel centro del paese, in una via strettissima, a pochi centimetri dai portoni delle case. Tutti in piazza o sui balconi ad ammirare il gruppo di ciclisti che da palla diventa serpente. Sempre più lungo, sempre più lungo, come i giochi sui cellulari. Su quella via c’è un caffè, ed ogni anno la proprietaria, una signora Cilena, mi offre un espresso; non sappiamo neanche noi quando è nata questa abitudine. Ogni volta faccio gli auguri come fosse capodanno ed ogni volta si passa qualche minuto prima della corsa a parlare, come ci conoscessimo da una vita. Un anno la signora volle indovinare il mio lavoro adducendosi poteri particolari. Ci andò molto vicino ed ancora oggi penso che Sole - il suo nome - è una grande osservatrice. Quest’anno il bar di Sole era chiuso, lei faceva le pulizie ma mi ha confessato che sta per partire per l’Argentina, un modo per ricominciare tornando in sud America. Forse qui è andata male o forse molto bene, non l’ho chiesto e non lo saprò mai, perché è così che la strada porta e porta via. Fosse anche solo il gusto d’un caffè.
Il caffè di Sole.

martedì 7 marzo 2017

Salsiccia cruda, carciofini e peperoncino

Sterrato di Lucignano, si attende la corsa

E’ la mezza, e la corsa non tarderà ad arrivare, adesso è dalle parti di Montalcino mentre noi la attendiamo poco più a est, su un tratto di strada scoperto, esposto al vento che arriva fortissimo da sud, contrastando il temporale che a nord già inonda Siena. Due uomini si avvicinano e ci chiedono della corsa, neanche il tempo di dar loro una risposta che ci offrono un bicchiere di vino ed un panino imbottito con ogni ben di Dio, che da queste parti è stato molto generoso. Ci raccontano delle loro terre, di dove hanno comprato il vino (buonissimo) e di come avessero in mente di fare una grigliata, quando il maltempo gli ha poi tolto la voglia. La corsa incombe, io ed Angelo ci precipitiamo a fotografarla. La Lotto Soudal ha messo i suoi gregari a lavorare per chiudere la fuga e da qui in avanti si fa sul serio. E’ quasi l’una quando rimontiamo in macchina, un saluto al volo ai due gentili signori di cui neppure conosciamo ancora il nome – “all’altr’anno” – grida uno di loro. Sembra quasi una promessa.
La Lotto Soudal approfitta del forte vento per mettere il gruppo alla frusta

mercoledì 15 febbraio 2017

Perchè tutto possa ripartire

Il nostro gruppo bloccato sulla A26 poco prima del bivio per Ventimiglia (fotografia di Francesco Bonasera)
Francesco è già contento così, mentre io ed Angelo siamo neri. Per Francesco è un po’ la prima volta e forse per lui, preso dall’adrenalina, è pur sufficiente quel che ha visto sino ad ora. Noi sappiamo che il meglio deve ancora arrivare, che l’emozione del Poggio non ha eguali, o quasi, e quindi ci rode dentro mentre sulla corsia opposta il traffico è libero. Siamo intrappolati tra auto e camion mentre in lontananza la corsa transita sul viadotto autostradale dopo essere stata deviata dall’Aurelia per via di una frana. Ecco la beffa: la corsa ci sorpassa sulla strada che avrebbe dovuto consentirci di recuperarla e doppiarla. La vediamo transitare là in fondo, scorgiamo le sagome dei corridori della Milano Sanremo, sufficientemente vicini da poterli vedere, troppo lontani per raggiungerli. Con noi c’è Ashley Gruber, che parla pochissimo, in contatto simbiotico con Jered anche lui bloccato sul Turchino, e poi ci sono Eloise Mavian e Francesco Rachello compagni di disavventura incontrati al casello di Ovada, chiuso a tradimento dalla stradale. Le nostre giornate alle corse sono sempre impegnative, ma questa è stata particolarmente stressante; la situazione adesso è particolarmente tesa, perché la soddisfazione che traiamo da queste giornate dietro alle corse sta tutta nel non farsele sfuggire via. Dell’aspetto sportivo rimane pochissimo, se non qualche fotografia o poco più. Sono le emozioni, gli incontri e la luce tagliente e bassa del Poggio a fine corsa, quando tutto lentamente si sedimenta, che rimangono scolpiti nella nostra memoria. E’ il Poggio la nostra meta, da raggiungere solo dopo aver rischiato di perderla, altrimenti non c'è soddisfazione. Lentamente ci si muove, la strada riapre, io sono isterico dentro (e forse anche un po’ fuori), gli altri sufficientemente nervosi, sinché giungiamo a Spotorno davanti alla corsa. Quelli normali, dopo tanto tribolare, tirerebbero dritto verso Sanremo e giungerebbero sul Poggio per godersi finalmente la giornata. Mentre noi usciamo e ci dirigiamo sulla spiaggia di Varigotti, perché le emozioni possano ricominciare daccapo.
La Milano Sanremo transita di fianco alla spiaggia di Varigotti

martedì 7 febbraio 2017

Amico mio

Sul lago del Col du Glandon.. è passato un po' di tempo..
L’avevo cercato tutto il giorno, su e giù per l’Izoard. Ci eravamo dati appuntamento qualche settimana prima su quella salita, avevo ricevuto una sua lettera (nel 2000 si scrivevano ancora) che mi confermava la sua presenza – caro Alessandro, ho cambiato auto, viaggio con un Nissan Terrano ed indosserò una vecchia maglia della Carrera – questi gli unici indizi da utilizzare nella bolgia del Tour;  per me che ho difficoltà a ricordare i volti delle persone fu un vero incubo. La sera dopo la corsa, quando ormai disperavo di trovarlo, ci incontrammo in valle al bivio per il colle, lui era lì paziente ad attendermi. Capivo che teneva al nostro incontro almeno quanto me. Ci abbracciammo come se fossimo amici da una vita. Montammo le rispettive tende in quel luogo e parlammo per ore di come fosse passato tempo, dal nostro primo incontro due estati prima sull’infuocato Col de Murs, luogo disperso in Provenza. Lui veniva dalla Repubblica Ceca e comunicavamo in tedesco, oggi mi chiedo come. Due anni prima mi aveva raccontato di quando a Genova, la mia città, aveva visto per la prima volta in mare; eravamo legati da quel racconto. Eravamo amici. Era notte fonda ed eravamo esausti ma ci sentivamo pronti per il giorno dopo. L’idea era quella di raggiungere Courchevel sullo stesso percorso della tappa, scavalcando Galibier e Madeleine, ma il primo colle era già chiuso, così allungammo un po’ in valle scavalcando il Glandon per poi fermarci sulla Madeleine. Venne fuori una giornata splendida, un sole caldo e brillante, una tappa monumentale. Gioimmo assieme per la vittoria di Pantani, immaginandone tante altre ancora. Fu l’ultima. Come fu anche  l’ultimo nostro incontro. Mi vergogno un po’ ad ammettere che di quel mio amico non ricordo il nome, eppure non ne ho avuto molti nella mia vita. Pur sforzandomi non lo ricordo. E questo racconto è forse l’unico modo per fargli sapere che in questa mattina d’inverno mi ricordo di lui.
Tour 2000, Col de la Madeleine. Herve, Virenque, Ullrich,, Armstrong, Escartin, Moreau, Beloki, Pantani, Lanfranchi ed Heras

martedì 17 gennaio 2017

Il ruggito di Re Leone

Mario Cipollini - Ricordo della Tirreno Adriatico 2002
Non è la miglior foto che ho di Cipollini ma è un bel ricordo che desidero condividere. Torniamo al 2002, la mia prima volta alla Tirreno Adriatico. Grande attesa per vedere una corsa nuova. Buondì al cioccolato in auto e via verso l’Abruzzo, è una giornata splendida. La salita è quella di Rocca di Cambio, con vista su Gran Sasso; si scollina e poi si scende un paio di chilometri verso il paese. Io mi fermo a due dalla vetta. Ho dietro la bici, scendo a valle e risalgo in sella, e poi attendo la corsa. Di Luca è un emergente che attacca impavido, Bettini si è da poco svincolato dal ruolo di gregario di Bartoli e morde il freno, Freire è in maglia iridata. Passa Zabel in maglia giallorossa di leader, staccato ma sempre nella mischia, è tiratissimo verso la sua quinta Milano Sanremo (che poi non arrivò mai)! Passano i gruppetti, e passano i minuti. Ne passano davvero tanti prima di intravedere l’ultimo. In quel plotoncino osservi sempre un po’ di tutto. Da coloro che sono davvero sfiniti, a quelli che chiacchierano tranquillamente. Così mentre imbraccio la mia Pentax analogica (che nostalgia!) mi sento richiamare con una certa fermezza – “quanto è passato dai primi?” – è  il ruggito di Re Leone Mario. Sono da solo a bordo strada, la richiesta è per me. E viene da uno che sa come chiedere e come pretendere, si sente dal tono. Così vado in confusione, guardo l’orologio (ma non avevo mica preso il tempo), riprendo la Pentax perché realizzo che sta passando Cipollini con la nuovissima maglia zebrata, vado fuori fuoco e rispondo anche – “forse mezz’ora, non lo so” – e realizzo subito che sarebbe stato meglio fare solo una delle cose che ho provato a fare, magari mettere a fuoco la foto. Ma oggi non avrei avuto nulla da raccontare.

martedì 10 gennaio 2017

Adesso siamo tre

Francesco Bonasera ed Angelo Giangregorio, i miei nuovi compagni di viaggio
Qualcuno si sarà accorto che questo blog viene ora popolato da più autori. Lo stile dei racconti, le inquadrature delle fotografie, la gestione della luce e dei colori. Le disposizioni delle parole. Ogni dettaglio parla di noi e ci identifica. E ciascuno di noi possiede una vibrazione diversa, una diversa sensibilità. La vediamo spesso in modo diverso. Ma qui continuerete a trovare tutto l’amore per la vita e per il ciclismo che la esprime. Ciò che ci ha unito è stata la strada, la passione di trasmettere immagini e parole a chi non era con noi, pur sapendo di quanto sia difficile riuscire a farlo. Ci siamo trovati poco a poco, la nostra è un amicizia nata sui social e poi cresciuta lungo la strada. Questo è il nostro spazio, da qui ci esprimiamo, da qui vi riportiamo indietro nel tempo, raccontandovi di quella volta che eravamo a vedere una corsa di ciclismo, ma che eravamo lì per un altro motivo che non fosse la corsa stessa. Era stata una molla interna a portarci li con una macchina fotografica al collo, e già pensavamo al momento in cui ve lo avremmo raccontato. 

martedì 29 novembre 2016

Il cuore di Genova

Genova, via XX Settembre - Ricordo del Giro d'Italia 2000
Via XX Settembre a Genova è il crocevia obbligatorio per chiunque passi in città. Così anche il Giro d’Italia, nel suo vagabondare, prima o poi transita da lì. E’ una strada di quasi un chilometro, dritta come un fuso e tutta in salita, che dalle rive del torrente Bisagno (protagonista assoluto delle inondazioni cittadine) porta in vetta alla collina su cui si colloca Piazza de Ferrari, il cuore della Superba. E’ su quella piazza che si affacciano il teatro Carlo Felice ed il Palazzo Ducale, oltre al Palazzo della Regione ed il palazzo della Nuova Borsa Valori, simbolo stesso della storia della città, un tempo commercialmente potentissima. Passeggiando lungo questa strada, dai larghi marciapiedi, e ricca di bellissimi negozi, l’osservatore attento si rende subito conto di essere capitato in un luogo architettonicamente complesso (Genova lo è!), dove gli edifici nascono su altri edifici stratificandosi, e rendendo talvolta inutilizzabili il proprio senso dell’orientamento. Il Ponte Monumentale, che scavalca Via XX a metà della sua lunghezza, e la chiesa romanica di Santo Stefano, affacciata sulla stessa via da un balcone, sono i simboli magnifici ed ingombranti di una terra che non concede spazi e cui l’uomo ha dovuto adattarsi per poterli comunque ricavare.
La fotografia risale alla soleggiata mattina de primo Giugno del 2000, quando uscii di corsa dall’aula laureandi per potermi godere la partenza della tappa del Giro che portava a Prato Nevoso (vittoria di Garzelli). Il giorno prima mi ero perso l’arrivo vittorioso di Alvaro Gonzales alla Foce, impegnato com’ero a completare la tesi, che avrei discusso un paio di giorni più tardi. Giusto il tempo di vedere da vicino i corridori, e poi immortalare il gruppo che risaliva Via XX tra due ali di folla. Fu quello il momento in cui decisi che, tesi o non tesi, avrei dovuto essere sul Colle dell’Agnello il giorno sucessivo. Ma questa è un'altra storia..

martedì 11 ottobre 2016

L'inverno sta finendo

Il Lombardia 2016
Una bella canzona di Emis Killa ripete questo motivo: "l'inverno sta finendo", mentre  al contrario so che la stagione del freddo e del cattivo tempo deve ancora cominciare, mi piace canticchiarla incurante del significato. Forse perché ormai so che le stagioni si susseguono, l'una dopo l'altra, e non ha nessun senso aspettarle. Sono loro a scorrere inesorabilmente. Anzi, sarebbe un miracolo fermarle un po', fermarmi anch'io, come davanti ad un quadro, o come davanti ad una fotografia. Questo blog parla di ciclismo attraverso le immagini ed è curioso pensare che quando cominciai, otto anni fa, non c'erano così tante foto di ciclismo in giro per la rete. I social non erano ancora fenomeno di massa e gli scatti possedevano un valore residuo. Invece, quanto vale oggi una fotografia? con un amico, lettore di queste pagine, si parlava di quanto poco valgano gli scatti delle corse oggi, e di come sia il tempo a renderle un po' più preziose. Le fotografie su pellicola possedevano un valore materiale, minimo, ma lo possedevano. L'avvento del digitale ha reso irrisorio il costo (ed il valore) di uno scatto, ma ne ha consentito la diffusione. Ora si è giunti alla perdita di valore di diffusione della foto a causa dell'offerta eccessiva.
Così, visto che l'inverno è appena cominciato, sfoglieremo di tanto in tanto le fotografie più antiche di questo album, con foto che nel tempo hanno magari perso colore, ma che hanno acquistato tanto sapore.

venerdì 23 settembre 2016

Gli angeli della Lombarda

I miei soccorritori sul Colle della Lombarda
Un grazie sentito alla squadra della "misericordia di Cuneo" che mi ha curato, dopo una rocambolesca caduta, sulla strada del Colle della Lombarda (proprio in vetta al Gpm), prima del passaggio del Giro. Dalla caduta ho ricavato una preziosa esperienza; se proprio dovete cadere con due reflex al collo non pensate alle reflex! Almeno vi farete meno male.