giovedì 7 maggio 2026

Gran Premio della Liberazione 2026 | Sogni giovani


Una mattina di primavera vera, Roma si è svegliata ancora fresca, all'ombra dei pini che proteggono le Terme di Caracalla. Dedicate all'imperatore che ne volle la costruzione. Cesare Marco Aurelio Severo Antonino Pio Augusto, nato Lucio Settimio Bassiano, alias Caracalla (Wikipedia docet), nato in una splendida Lugdunum, quella che oggi è diventata una altrettanto splendida e ben ciclabile Lione, città natale di Paul Seixas (decisamente più parco all'anagrafe), stella nascente del ciclismo mondiale. Ma un attimo, un attimo, calma! Rimaniamo calmi e non facciamo salti mortali storici carpiati, ché sono pericolosi. Duemila anni in due righe, roba da farci girare la testa. C'è tanto, tantissimo, da osservare, raccontare, annotare, in questo presente che zoppica sotto un cielo eterno. Una tavola d'azzurro. E i papaveri rossi cantano lungo le mura.

Dal 1946, dalla nascita di un mondonuovo, il Gran Premio della Liberazione illumina il talento e l'impegno di ragazzi (e da qualche anno, che bello, anche ragazze) che vedono nel ciclismo un futuro, un sogno o semplicemente una strada lungo la quale cominciare a trovare un po' di se stessi.  Tra le curve a gomito della vita e quelle di questo circuito bellissimo, che unisce storia e tecnica, echi geometrici di terre lontane e metri in continua pendenza che spezzano presto il fiato e le gambe. Il sole entra deciso di taglio tra gli alberi e i frontoni e colora maglie e biciclette, preparate con cura prima della partenza. La gara delle donne apre la giornata, che sarà lunga e cambierà spesso volto, all'ombra di fughe solitarie, drappelli all'inseguimento, bandiere bianche e sorrisi un po' amari. Si perde facilmente il conto dei giri. Ma quanto manca?!?

Lungo il percorso pochi tifosi, ma buoni. E veri appassionati. I genitori di alcune ragazze che corrono per squadre diverse sono amici tra di loro e seguono le corse insieme, anche per avere l'occasione di una gita fuori porta. È il senso dello sport, quello costruito in provincia con pazienza e sacrifici, costellato di dubbi e da più di qualche delusione. Ma necessario e salvifico, laddove sogni e futuro si pestano volentieri i piedi e tracciano un sentiero che è una lunga boccata d'ossigeno. Quando tutto il resto sembra avvolto dalla nebbia fitta del primo mattino che bagna uno zaino pieno di libri. Che farò da grande? Cosa faremo da grandi? Se grandi saremo mai.

Puff.

Riecco il presente. Che ha la forma di manubri intrecciati e il suono di un gruppo che sfila veloce. Le ragazze si impegnano, lottano, arrancano. Infine poche esultano, molte si confrontano e sorridono, alcune si disperano. L'arrivo è uno spaccato generazionale, una scena di teatro. Sguardi complici e quotidiani, abbracci spontanei. L'affetto delle mamme, le borracce ai bambini, la fatica scaricata sulle bici, sull'erba e sull'asfalto. Dai che ci alleniamo presto insieme, ho il treno che parte, un attimo che non riesco nemmeno a parlare.

A Roma, comunque, c'è aria di festa. Vassoi di paste spuntano da ogni auto appena parcheggiata con insolita disinvoltura, pronti a invadere le tavole dei parenti nei condomini di Porta Metronia. Più di qualche occhiale da sole copre stravizi e virtù, i bambini sfilano in pantaloncini corti, bar e trattorie animano le loro tovaglie a quadretti, coi menù del giorno scritti a mano e in bella vista. Ma, soprattutto, c'è gente seduta sulle panchine delle piazzette di quartiere, triangoli preziosi rubati all'asfalto e al traffico. Sono spesso coppie, di tutte le età. Che timide provano a sfidare la monotonia di una vita compressa dietro poche finestre, tutte in fila, tutte uguali, tutte in fila, tutte uguali. Tutte in fila. E ci sono i bambini che non sfilano e che invece - Diosialodato - giocano a pallone, sotto lo sguardo complice delle Mura romane. Nell'attesa che fiorisca, chissà, un nuovo capitano. Da queste parti sanno bene che vuol dire.

È il turno degli uomini, i ragazzi categoria under 23. Fa davvero caldo, l'asfalto brucia e la pelle lo segue a breve distanza. Insieme alla temperatura, sale anche la velocità delle bici. Ma, intatto, rimane lo spirito della corsa, che ha sempre il prestigio di un'opportunità da cogliere. Non a caso, lo chiamano "il Mondiale di primavera". Per pochi istanti, sfumati, appaiono le immagini di un altro ragazzo, un po' più grande, che a poca distanza da qui, con lo stesso spirito, trionfò a piedi scalzi entrando nella storia. Il Gran Premio della Liberazione si correva già, Roma respirava ancora a pieni polmoni e quel mondonuovo aveva ancora molta strada da fare. La corsa, intanto, non trova pace. Si aggrappa a ogni metro all''insù, fino a esplodere, definitivamente, senza che ci sia più la possibilità di cambiare le carte in tavola. Ad alzare le braccia al cielo, un'altra maglia bianca, come lo era già stato per le donne. Ci rimane solo il tempo di qualche sorprendente coincidenza finale, che parla di Olanda, di studi e - come potrebbe essere altrimenti - di biciclette. Ancora una volta, loro al centro e noi tutti intorno a tornare bambini e a sentirci liberi.















2 commenti:

Anonimo ha detto...

Splendida immagine di una corsa e del suo dietro le quinte di una gara storica👏🚵👏

Anonimo ha detto...

Questi scatti, questi racconti sudati a pedali, meritano un libro